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Non sono un robot e lo dice la mia risata

Non sono un robot. Quante volte ci è capitato di spuntare questa casellina navigando in rete? Lo abbiamo fatto senza pensarci troppo probabilmente e, in effetti, si tratta di un “semplice” meccanismo di controllo largamente utilizzato dai siti web per proteggere privacy e sicurezza. Eppure, mentre quella stessa identica frase compare davanti ai nostri occhi, ci potremmo chiedere: “Cosa non ci rende un robot? Cosa ci rende veramente umani?” Allo stesso tempo potrebbe venirci da sorridere per quel momento di, appunto, umana riflessione in mezzo a tutta la tecnologia che, oramai, fa parte della nostra vita quotidiana; e quello stesso sorriso, di fronte all’ironia della situazione, potrebbe sottolineare che di fronte allo schermo c’è proprio una persona in carne e ossa.

Se, infatti, proviamo a immaginare una peculiarità che possa distinguere l’essere umano da tutte le altre creature del pianeta terra non ci sarà difficile, forse, pensare alla risata. Essa ci accomuna come individui e ci rende riconoscibili come tali, essendo universale e innata, tanto che non ha bisogno di essere insegnata. La risata è un’espressione talmente umana che può provocarci una grande emozione quando, per esempio, la vediamo comparire sulle labbra di un bimbo piccolo, proprio perché riconosciamo in quell’atto la prima espressione di sé del bambino che la utilizza come forma di comunicazione; inoltre essa è, allo stesso tempo, un importante segnale dello sviluppo mentale del bambino stesso. La risata è, dunque, anche un atto sociale. Come dimenticare la frase del meraviglioso film Una giornata particolare, di Ettore Scola, nella scena in cui Gabriele, impersonato da Marcello Mastroianni, parlando con il suo amante al telefono gli dice: «Senti, perché non ci ridiamo sopra? Piangere… si può farlo anche da soli, ma ridere… bisogna essere in due». Ed è proprio così: ridere è qualcosa che presuppone l’alterità e attraverso la quale, allo stesso tempo, rimarchiamo la nostra presenza ed esistenza, il nostro aver compreso cosa ci sia da ridere e quanto quell’atto condiviso possa renderci complici. Anche quando possiamo pensare di ridere da soli, in realtà è come se ci sdoppiassimo, una parte di noi fa sempre da spettatore all’altra affinché si inneschi questo meccanismo:

«Ridere è un fenomeno sociale, ma Robinson Crusoe, nella sua isola, ancor prima di incontrare Venerdì, ride di se stesso, dell’inutilità del denaro che si trova in tasca, dello strano abbigliamento di pelli di capra che si è cucito addosso e di come sarebbe stato ridicolo girare per lo Yorkshire vestito in quella maniera. Sia esso il ridere degli altri, sia esso il ridere di quell’altro che noi stessi siamo, la forma generale del riso presenta, del resto, un’assoluta costanza e una stabilità nel corso del tempo e delle epoche. Il riso che passa dai guerrieri omerici sotto le mura di Troia a Robinson, settecentesco eroe dell’individualismo moderno, è sempre lo stesso ridere umano» (A. Tagliapietra, Non ci resta che ridere, Il Mulino, Bologna 2013, cap. 1).

Non c’è da stupirsi, dunque, se la natura intrinsecamente umana della risata abbia affascinato e incuriosito, in maniera certo diversa, filosofi e pensatori di ogni epoca: da Democrito – che concepisce il riso anche come distacco da ciò che ci opprime – ad Aristotele – che invece lo riconosce, appunto, come caratteristica propria dell’essere umano – fino a Nietzche, solo per citarne alcuni. 

«La natura del ridere è, del resto, come quella del pensare: intermittente, invasiva e contagiosa. Non c’è ambito umano che ne sia esente, ma, d’altra parte, non possiamo circoscrivere la comicità e il risibile in nessuna sfera determinata, dal momento che non esiste situazione meno comica, anche se pur sempre ridicola nei suoi intenti, di quella che prevede la rigida prescrizione e istituzionalizzazione di “ciò che deve far ridere”» (ibidem).

La risata, nella sua funzione sociale, ci espone e ci mette in relazione rendendoci autenticamente umani. È qualcosa che non può essere automatizzato, che sfugge, in qualche modo, al controllo e che nasce proprio nell’incontro con gli altri o con quella parte di noi che ci osserva. Ridere sembra, dunque, restare una delle esperienze che più difficilmente può essere riprodotta virtualmente e artificialmente, in un mondo in cui sempre più spesso interagiamo attraverso gli schermi resta un segnale immediato, universale e, allo stesso tempo, unico della nostra presenza viva. Forse, allora, ogni volta che ridiamo stiamo davvero rispondendo, nel modo più semplice e più profondo possibile, a quella domanda: sì, non siamo robot.

 

NOTE
[Photo credit Igor Rodriguez via unsplash.com]

Veronica Di Gregorio Zitella

Veronica Di Gregorio Zitella

curiosa, determinata, sognatrice

Sono laureata in Lettere e Filosofia e tutto il mio percorso accademico si è svolto alla Sapienza di Roma dalla triennale al Master in Editoria, giornalismo e management culturale e le mie più grandi passioni sono la filosofia, la lettura e la comunicazione; dalla fine del 2018 mi occupo di social media e comunicazione digitale […]

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