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Trasformare il dolore in parole: le scritture segrete delle donne

«Le donne leggono. Hanno sempre letto molto. […] Eppure, in quel leggere silenzioso e segreto c’è qualcosa che ha spaventato gli educatori e i controllori dei costumi di tutti i tempi» (D. Maraini, Scritture segrete, Rizzoli, Milano 2025, p. 9). Dacia Maraini afferma qualcosa di noto: le donne hanno sempre letto tanto, eppure nel passato, e purtroppo ancora oggi in molti Paesi del mondo, la lettura per loro è filtrata o addirittura vietata.

Maraini però sposta il pensiero un po’ più in avanti e si chiede: se le donne hanno sempre letto, anche quando è stato loro proibito, hanno anche sempre scritto?

«Alcuni sostengono superficialmente che la parità è stata raggiunta: gli editori non lanciano continuamente nel mercato libri scritti da donne? È finita la discriminazione, basta parlare di patriarcato! Tuttavia quando si passa ai luoghi dove si stabiliscono i valori letterari, dove si creano i modelli per le prossime generazioni, le autrici scompaiono» (ivi, p.13).

La tesi di Maraini sostiene che ancora oggi, a decidere cosa leggono le lettrici, siano quindi gli uomini, e che nel corso della storia della letteratura le scrittrici abbiano faticato non solo a trovare la possibilità di scrivere, ma anche a farsi riconoscere e a diventare parte attiva nella costruzione della cultura umana.

Lasciamo ora per un attimo da parte l’azione espressiva della scrittura e spostiamoci su un altro livello di esperienza umana, riflettendo sulla sensazione soggettiva del dolore. Il dolore è un’esperienza universale, sia esso fisico che connesso all’interiorità di ciascuno. Eppure quando si tratta di esprimerlo, alle donne sembra sia stata vietata, nelle varie culture e nelle varie epoche, un’espressione troppo spontanea e incontrollata di esso. Elinor Cleghorn, per esempio, storica, scrittrice e ricercatrice, nel suo libro Unwell Women (Weidenfeld & Nicolson 2021) analizza casi storici di donne le cui sofferenze sono state attribuite a debolezza femminile, emotività o isteria. Nel saggio, Cleghorn documenta che nel corso della storia, la medicina e la società hanno imposto alle donne vincoli molto stretti su come esse potessero esprimere il proprio dolore, costringendole a modulare, nascondere o razionalizzare la propria sofferenza per essere prese sul serio, spesso a discapito della loro salute e dignità. Questo ha portato la medicina a disconoscere malattie reali e a produrre diagnosi errate, basate solo sul pregiudizio dell’inferiorità del corpo femminile.

Cosa c’entra tutto questo con la scrittura? Torniamo da dove siamo partiti, alle Scritture segrete di Maraini, e più precisamente a quando racconta che le donne cinesi dell’anno Mille hanno inventato una scrittura segreta utilizzando dei caratteri tradizionali, ricamati su ventagli, abiti e accessori, per raccontare i dolori e le mortificazioni derivate da matrimoni forzati, segregazioni, violenze e umiliazioni.

«È sorprendente l’accanimento con cui giovani analfabete e semianalfabete, tenute lontane dalla scrittura dotta, abbiano cercato di avvicinarsi ad essa usando sotterfugi e marchingegni perfino indecorosi» (ivi, p.33).

Sembra quindi che le donne abbiano trovato nella scrittura, dapprima clandestina e poi come forma di concessione paternalistica, una modalità per esprimere quel dolore, quell’interiorità sofferente e scalpitante che comunque annaspava per venire alla luce.

In un altro libro si può trovare conferma dell’intima connessione tra scrittura femminile ed espressione del dolore. Cristina Banella ha curato per Einaudi una raccolta di poesie brevi giapponesi soffermandosi, nell’introduzione, sulla genesi e contestualizzazione degli haiku. «Alle donne del tempo [1940] venne anche impedito di piangere: era infatti imposto loro un codice di comportamento che considerava disdicevole l’espressione del dolore in pubblico. L’immagine della madre di guerra che la propaganda impone è quella di una persona stoica, tutta di un pezzo» (C. Banella, Haiku al femminile, Einaudi, Torino 2026, p. XLVIII). Ma la realtà, si sa, è sempre più complessa di un modello ideale imposto e le persone trovano sempre il modo di continuare a esprimere ciò che sentono e ciò che sono. Le donne giapponesi, per esempio, fecero nascere il fenomeno sconcertante del dialogo con le pietre: nelle zone rurali, molte madri con i figli al fronte si misero a interloquire con i sassi, gli unici che potevano ascoltarle senza interromperle e senza tradirle. Altre invece diedero nuovo impulso proprio alla poesia haiku, unica forma letteraria a esse concessa per poter tradurre in parola la marea di emozioni, sentimenti e vicende che una donna sperimenta nell’arco di una vita. La parola scritta per le donne diventa quindi una forma di riscatto silenzioso, di validazione del proprio dolore e di conseguenza, della propria esistenza.

 

NOTE
[Photo credit Alvaro Serrano via unsplash.com]

Laura Cappellazzo

Laura Cappellazzo

Curiosa, irrequieta, irrimediabilmente naïf

Sono Laura Cappellazzo e dopo vari giri per il mondo, ho messo radici a Oderzo con la mia famiglia: un marito, quattro figli, una tartaruga e un gatto. Sono laureata in Scienze dell’Educazione, diplomata in Counselling sistemico, ho un Master in Relazioni interculturali e Gestione dei conflitti. Ho lavorato come educatrice con minori e donne in situazioni […]

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