Scrollando particolari nicchie di YouTube si può trovare The Hidden Life of Trees: un documentario sulle caratteristiche sorprendenti degli ecosistemi forestali, in cui gli alberi emergono come organismi con un proprio punto di vista sul mondo, capaci di percepire e interpretare stimoli e di provare emozioni; esseri viventi con una vera e propria intelligenza, diversa sì da quella cosiddetta “umana”, ma funzionale a un modo di stare al mondo a sua volta distinto e specifico, fondato sulla capacità di sentire e di prosperare collettivamente prima ancora che come individualità.
La vita sociale degli alberi, così ricca e complessa da ricordare certi aspetti di quella umana (amicizia, antagonismo, comunità), si aggiunge alle fittissime informazioni, disseminate tra le fonti più disparate, che sollecitano a riconsiderare la definizione convenzionale di “umanità”: pensando anche solo ai contributi di Singer e Nussbaum alla giustizia animale, è ormai fuori discussione che gli esseri umani non sono i soli a possedere una coscienza e una vita mentale, emotiva e affettiva. Non solo, è sempre meno sicuro decretare l’assoluta superiorità dell’intelligenza umana: se può considerarsi più alta per grado e intensità di quella degli altri mammiferi, diventa sempre più realistica l’idea che esistano tipologie di intelligenza diverse, ciascuna pari alle altre in termini di funzionalità alla forma di vita che le è propria: le radici degli alberi ricordano il cervello umano, nella funzione di trasmissione delle informazioni; i polipi sono evoluti divergendo completamente dai mammiferi, ma sviluppando ugualmente un’intelligenza spiccata e in alcuni comportamenti perfino relazionabile alla nostra. I confini tra umani e non umani non scompaiono, ma si moltiplicano, si “sfrangiano”, per dirla con Derrida: riflettere onestamente su cosa distanzi l’umano dagli altri animali non può più ammettere risposte assolute ed estendibili a tutti gli esseri viventi, tanto meno illusioni su un divario veramente sostanziale.
L’ecocritica si occupa proprio di indagare queste contaminazioni e identificazioni reciproche, rintracciando nel continuo processo di proiezione e impressione di una forza sull’altra la storia dell’umano in mezzo ai non umani, che diventano più umani via via che quell’altro diventa meno umano. L’intuizione chiave di questa ricerca ruota attorno all’Actors Network Theory, secondo cui limitare l’agency, “la capacità di agire”, alle sole azioni intenzionali è riduttivo per comprendere la fittissima rete di interazioni reciproche tra viventi e non viventi che fonda la quotidiana esperienza di contatto con l’altro. Si tratta di un passaggio cruciale: l’umanità, identificata tradizionalmente proprio con la capacità di agire, si espande così a inglobare tutti quegli elementi la cui presenza condiziona e modifica quella umana, in un processo circolare continuo.
In breve, L’ANT estende il ruolo di attanti dall’essere umano a tutto ciò che fa parte dei contesti che normalmente pensiamo di creare e caratterizzare da soli. Secondo Latour, i fenomeni, gli oggetti, gli esseri “umani” stessi che si relazionano dando forma alle diverse reti sono quasi (s)oggetti, cioè entità che agiscono e sono agiti allo stesso tempo; Latour li rinomina anche “ibridi”, per sottolinearne la natura relazionale e immanente di esseri costitutivamente cangianti, costantemente in movimento, che si attualizzano per mezzo di deleghe, traduzioni, passaggi di azione, sostituzioni1. Continuamente spostiamo, traduciamo, deleghiamo azioni umane a oggetti non umani (sveglie, fermaporte, bilance, programmi software, treni, coltelli, trasportini) e continuamente nuove possibilità per l’azione umana si spalancano grazie a oggetti non umani (sveglie, nuvole, vestiti, muri, ponti, scogliere), che ci trasformano, ci estendono, ci condizionano a compiere quella o quell’altra azione, a sentirci in un determinato modo. I quasi (s)oggetti compartecipano a chi siamo, a cosa facciamo, e a cosa possiamo fare.
Allargare l’agency è utile in quanto stimola a riconsiderare radicalmente cosa congenera con gli umani i vari contesti, che improvvisamente diventano non più solo “umani”, ma ecologici, mondiali, ibridi, fatti di reti che possono essere comprese, criticate e analizzate solo se se ne seguono i fili, i grovigli, le interconnessioni e trasformazioni. A sua volta, ridefinirci come semplici attanti in una realtà di altri attanti fa sì che i confini tra gli esistenti rivelino la loro pelle porosa, mossa da continui scambi: apre alla possibilità di una rivoluzione politica, rispetto a come concepire il mondo in cui cerchiamo giorno per giorno di orientarci. Accogliere l’ANT nella comprensione dei rapporti del (non-così-tanto)-umano con il (non-così-tanto)-non umano, rivisualizzare l’umano come elemento pulviscolare di un collettivo molto più vasto, è fondamentale per percorrere una a una le reti che danno forma alla nostra vita e tentarne una comprensione più analitica, non semplicistica, ma radicalmente critica.
NOTE
1. Cfr. B. Latour, Non siamo mai stati moderni, Eleuthera, Milano 1994.
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