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Leopardi

Leopardi sul destino politico e culturale degli italiani

Cosa fa di un popolo una nazione forte e orgogliosa? Cosa lo eleva da aggregato accidentale di individui più o meno somiglianti a comunità consapevole della propria storia e del proprio spirito? Che cosa garantisce quella comunanza di passioni e di ambizioni capace di conferirgli un autentico carattere morale, politico e culturale? Chiunque abbia riflettuto sulle difficoltà che l’Italia ha dovuto affrontare per conquistare e difendere la propria unità, abbia dubitato della solidità dei suoi legami civili o abbia lamentato la debolezza del senso dello Stato e del cosiddetto “buon senso civico”, può riconoscere nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani una sorprendente anticipazione di interrogativi ancora attuali. Composta probabilmente nella prima metà del 1824 e rimasta incompiuta, quest’opera di Giacomo Leopardi costituisce una delle più lucide analisi della crisi morale e civile dell’Italia preunitaria.

L’Italia descritta da Leopardi è agli albori del Risorgimento. Priva di uno Stato unitario, di una capitale e di un saldo centro direttivo, essa appare frammentata anche sul piano linguistico e culturale. A giudizio del poeta e prosatore di Recanati, inoltre, la filosofia e le arti hanno ormai smarrito l’antica forza creativa che aveva reso celebre il Paese nei secoli precedenti. Ma il problema più profondo consiste nell’assenza di quelle «istituzioni e quei mezzi che altrove assicurano una certa uniformità di norme, opinioni, gusti, maniere, costumi» (G. Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, Rizzoli, Milano 1998, p. 14). Venendo meno un’opinione pubblica condivisa e una tradizione nazionale realmente vissuta, si indeboliscono anche la fiducia reciproca, l’energia civile e la speranza nel futuro. Individualismo ed egoismo diventano così i tratti distintivi di un popolo la cui gloria sopravvive soprattutto nel ricordo degli antichi fasti.

L’aspetto più originale dell’analisi leopardiana è tuttavia un altro. Gli Italiani non si limitano a constatare il proprio declino: finiscono per farsene beffe, alimentando quello stesso cinismo che li paralizza. Disillusi circa il valore dell’agire umano e della vita associata, essi si mostrano, secondo Leopardi, più inclini di altri popoli all’indifferenza politica e morale. Così, anche il riso non rappresenta un segno di vitalità, bensì l’espressione di una radicale sfiducia nei confronti dell’esistenza e della convivenza civile:

«Gl’Italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione. Questo è ben naturale, perchè la vita per loro val meno assai che per gli altri» (ivi, p. 65).

Ben diversa appare, agli occhi di Leopardi, la condizione di Paesi come Francia e Inghilterra. Anche queste società moderne sono investite dagli effetti del progresso e della diffusione del sapere, che hanno progressivamente dissolto molte delle illusioni tradizionali. Eppure esse conservano un principio capace di sostenere la vita collettiva: la società stessa. Attraverso l’opinione pubblica, l’onore, l’ambizione e il desiderio di stima, tali nazioni riescono a preservare una coesione morale che limita gli effetti del disincanto. Lo stesso discorso vale, almeno in parte, per la Germania, anch’essa ancora priva di unità politica, ma già dotata di una vivace coscienza culturale.

L’Italia costituisce invece un caso peculiare. «Un principio conservatore della morale e quindi della società […] è la società stessa» (ivi, p. 50), osserva Leopardi; ma proprio questo principio sembra mancare nella penisola. Non esiste un’opinione pubblica autorevole né un autentico sentimento nazionale capace di valorizzare l’ambizione, l’onore o l’amor proprio. Di conseguenza, prevale un atteggiamento di distacco che riduce ogni interesse al solo ambito privato. In questa prospettiva, il confronto con Nietzsche risulta illuminante: pur appartenendo a contesti storici e filosofici molto diversi, la descrizione leopardiana sembra quasi anticipare quella figura degli «ultimi uomini» che il filosofo tedesco avrebbe poi delineato in Così parlò Zarathustra (1883-1885), individui incapaci di elevarsi al di sopra della soddisfazione dei bisogni più frivoli e immediati.

A due secoli di distanza, il Discorso conserva una notevole forza provocatoria. Non perché offra una diagnosi definitiva dell’identità italiana, ma perché invita a interrogarsi sulle condizioni che rendono possibile una vera comunità politica. Se ancora oggi molti cittadini avvertono un rapporto fragile con lo Stato, una diffusa sfiducia nelle istituzioni o una scarsa partecipazione alla vita pubblica, possono ritrovare nelle pagine leopardiane l’ipotesi che tali fenomeni derivino, almeno in parte, dalla debolezza dei legami sociali e culturali. Il pessimismo storico di Leopardi, lungi dall’essere una semplice denuncia, si trasforma così in uno stimolo a riflettere sul valore della convivenza civile e sulla responsabilità che ogni generazione ha nel costruirla.

 

NOTE
[Photo credit Curdin via unsplash.com]

Tommaso Quaglia

Tommaso Quaglia

critico, oscuro come Eraclito, mens sana in corpore sano

Mi chiamo Tommaso Quaglia, ho ventidue anni e sono un filosofo. Mi sono diplomato in studi classici presso il Liceo Statale Enrico Medi (Villafranca di Verona) e ho successivamente conseguito una laurea triennale in filosofia a Verona con una tesi sul pensiero di Nietzsche. Cultore ed amante delle humanae litterae, venero il pensiero degli antichi, […]

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