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La fine della distanza: quando le immagini ci sommergono

Lo sentiamo dire spesso: viviamo in un tempo in cui le distanze si accorciano e i tempi si contraggono. Possiamo volare negli Stati Uniti in poche ore, collegarci a una stazione meteo in Antartide e leggere agevolmente un articolo del quotidiano Hespress, traducendolo in pochi secondi dall’arabo con l’IA. Nel giro di qualche istante, si avvicendano sul nostro smartphone immagini di guerra, l’ultimo suggerimento della nostra playlist musicale preferita, il messaggio di un amico che vive a Hong Kong. 

Abitiamo sempre meno lo spazio, reale o metaforico, della “distanza”. Si fa più rara l’esperienza dell’ostacolo, della ricerca, dell’attesa, dello stato cognitivo del dubbio e del non-sapere. Se questo è evidente nella dimensione del viaggio, della cultura e della comunicazione, persino della conoscenza, è meno facile accorgersi di come questa “perdita di distanza” appartenga sempre di più al nostro rapporto con le immagini. Infatti, il proliferare degli schermi, e delle immagini che su di essi scorrono, amplia enormemente la porzione di realtà accessibile al nostro sguardo, ma ci espone al rischio di un’esperienza visiva povera e superficiale. La rapidità con cui passiamo nervosamente da un’immagine all’altra, da un video all’altro, toglie alla dimensione del vedere quel tempo di decantazione che serve affinché ciò che guardiamo si possa sedimentare, possa far nascere in noi una domanda, trasformarsi lentamente in esperienza autentica.

Il sovraccarico visivo e i contesti di fruizione rapida favoriscono sguardi sempre più veloci e selettivi, inducono un consumo di immagini e video semplificato e automatizzato. Si dimentica così che anche “guardare”, da semplici spettatori, è un processo attivo e costitutivo, che va salvaguardato: «Anche lo spettatore agisce – ci ricorda Jacques Rancière – come l’alunno o lo studioso. Egli osserva, seleziona, confronta, interpreta. Collega ciò che vede a una miriade di altre cose che ha visto su altre scene, in altri tipi di luogo. Compone il suo poema con gli elementi del poema collocato davanti ai suoi occhi» (J. Rancière, Lo spettatore emancipato, DeriveApprodi, Roma 2022, p. 18). Questa capacità si preserva solo se restiamo «spettatori distanti», se riusciamo a far sì che le immagini siano occasioni per vedere con altri occhi.

L’importanza della distanza nell’esperienza artistica (non solo visuale) era stata rilevata dalla riflessione filosofica e letteraria già nei primi decenni del XX secolo. Fu il critico russo Viktor Šklovskij che per primo si accorse della funzione centrale, nell’opera d’arte, dello straniamento, della messa a distanza, contro la moltiplicazione di stimoli sensoriali della vita urbana moderna: «Il fine dell’arte è darci una sensazione della cosa, una sensazione che deve esser visione e non solo riconoscimento. Per ottenere questo risultato l’arte si serve di due procedimenti: lo straniamento delle cose e la complicazione della forma» (V. Šklovskij, Teoria della prosa, Quodlibet, Macerata 2025, p. 17). Walter Benjamin riprendeva queste intuizioni, a pochi anni di distanza, nel suo saggio più celebre: L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1935). Anche per Benjamin l’opera d’arte “auratica” richiede una certa lontananza, una distanza che sottrae l’immagine alla disponibilità immediata dello sguardo e la rende occasione di riflessione. 

L’offerta di esperienze visive contemporanea sembra invece fuggire dallo straniamento e dalla “lontananza” critica, favorendo la dimensione dell’immedesimazione. L’esperienza museale immersiva, resa possibile dalle più recenti tecnologie, sembra muoversi proprio in questa direzione, così come la diffusione della realtà virtuale e della realtà aumentata. La semplice osservazione delle immagini appare sempre meno sufficiente a spettatori ormai abituati a una prossimità che sfiora la partecipazione totale. Non si tratta di condannare moralisticamente queste nuove forme dell’immagine. Si tratta piuttosto di interrogarsi sul futuro della fotografia, del cinema e delle arti figurative in un contesto culturale nel quale l’immagine sta rapidamente cambiando forma e funzione.

Anche il filosofo Pietro Bianchi, nel suo recente libro L’inquietudine dell’immaginario, riflette su questo mutamento a partire dalla diffusione sempre più rapida di “immagini operative”, di immagini cioè che non hanno la funzione di “dire qualcosa” ma che servono a “fare qualcosa”. Dalle telecamere di sorveglianza ai video dei droni, fino ai dispositivi di “visione aumentata”, ciò che accomuna queste immagini è la loro natura “operativa”: non sono immagini fatte per essere interrogate, per sollevare domande, ma per “servire” scopi di altro genere: «Le immagini esistono e sono ovunque, ma non sono più fatte per essere viste, interrogate o interpretate; non sono più chiamate a mettere in discussione la nostra posizione narcisistico-immaginaria, né a farci fare attraverso di esse esperienza dell’angoscia, del desiderio o della paura» (P. Bianchi, L’inquietudine dell’immaginario, Orthotes, Napoli 2025, p.129). In questo scenario, la sfida consiste allora nel recuperare uno spazio di distanza, di sospensione, proprio là dove la logica dominante delle immagini tende ad annullare ogni intervallo. In fondo, la questione decisiva non riguarda soltanto il futuro delle immagini, ma il futuro stesso della nostra capacità di vedere davvero: saper creare una distanza, fermarsi davanti a ciò che appare e lasciare che l’immagine, invece di chiudere il mondo in una risposta, continui ad aprirlo.

 

NOTE
[Photo credit Glenn Carstens-Peters via unsplash.com]

 

Angelo Bonfanti
Nato nel 1982, vive a Bergamo. Dopo la laurea in Scienze filosofiche all’Università degli Studi di Milano, ha conseguito un dottorato di ricerca in Antropologia ed epistemologia presso l’Università di Bergamo. Il suo percorso professionale si è sviluppato tra educazione e insegnamento: oggi lavora come docente nella scuola secondaria di secondo grado. Coltiva da sempre la passione per la musica, tanto nella pratica strumentale quanto nei suoi risvolti culturali. Cerca una filosofia capace di dialogare con l’esperienza concreta e con le altre forme del sapere, senza rinunciare alla complessità ma ricercando, allo stesso tempo, un linguaggio che possa uscire dall’ambito accademico e incontrare l’arte, la scienza, la politica, l’educazione e la cultura contemporanea.

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