Sono moltissime le sfumature semantiche della bilancia: immagine-mito con cui gli antichi egizi raffiguravano il rito di pesatura delle anime; segno zodiacale; apertura di una conferenza di Calvino sulla leggerezza in letteratura. Nel tempo le possibilità evocative della bilancia si sono arricchite sulla base delle più disparate associazioni, ma la sua interpretazione principale rimane quella di equilibrio e di giustizia. Una bilancia si immagina in equilibrio generalmente quando è immobile; l’immobilità si aggiunge alle sue suggestioni semantiche, accostandosi a quelle di armonia e imparzialità. L’immobilità tuttavia può rimandare anche ai concetti di rassegnazione, debolezza, passività: in questi casi l’equilibrio, inteso come sistema stabile, sarebbe ancora sinonimo di giustizia? Non nasconderebbe piuttosto un rapporto di forze accettato acriticamente?
Si pensi anche solo all’equilibrio convenzionale che fonda la stabilità semantica delle parole: proprio l’incertezza che circonda, ad esempio, le definizioni di vincolo, amore, amicizia ci suggerisce come il linguaggio sia spesso l’esito di una lotta semantica, dove una definizione e un modo di vedere il mondo hanno prevalso sulle alternative. Il particolare ordine che quelle parole esprimono è solo una delle possibilità che avrebbero potuto generare; potevano emergere altre definizioni, altri significati, con la conseguenza che i nostri mondi morali, i nostri modi di pensare e di vivere sarebbero stati molto diversi. Ogni stabilità si rivela artificiale e suscettibile alla dissoluzione, potenzialmente decostruibile.
La decostruzione era il massimo modus operandi della filosofia di Jacques Derrida, il perno del suo modo di pensare e di agire criticamente. In Derrida l’equilibrio contiene sempre un conflitto di prospettive sul mondo, di cui una ha finito per sopraffare tutte le altre: l’equilibrio segna precisamente, paradossalmente, dove è più urgente pensare con filosofia; e quindi ripensare, decostruire, ricombinare, reimmaginare e rinominare e magari inventare nuove parole1.
Secondo Peter Singer, un esempio emblematico di equilibrio fondato su un disequilibrio di rapporti di forza è lo specismo, quel pregiudizio tipicamente umano verso gli altri animali per cui preferenze e sfizi di varia natura schiacciano l’istanza vitale di pesci, mammiferi, uccelli2. Tutte le forme di abuso animale, dagli allevamenti intensivi agli esperimenti sovvenzionati dalla ricerca scientifica, si fondano sull’idea antropocentrica che sia legittimo per l’essere umano sfruttare le altre forme di vita per i propri fini. Coltivando un equilibrio che si fonda in realtà su uno squilibrio di rapporti di forza, l’essere umano antepone i propri interessi più effimeri ai bisogni fondamentali degli animali non umani.
Un caso simile di ingiustizia trasmessa da un equilibrio negativo di forze sono le preferenze adattive che si possono formare per condizionamento culturale e ambientale: individui privi ad esempio di un’adeguata istruzione e di un completo accesso professionale, magari educati ad accettare contesti d’abuso fisico e psicologico, possono credersi soddisfatti quando in realtà stanno adattando i propri standard di benessere a un contesto che vìola le loro necessità e desideri esistenziali3.
Il silenziamento delle voci vegetariane, scrive l’attivista politica Carol Adams, è un altro caso ancora dove per sistema “in equilibrio” s’intende una fittissima rete di violenze reciproche: secondo Adams, ogni gruppo oppresso partecipa alla sopraffazione di tutti gli altri generando una struttura dove violenza sessuale, ingiustizia animale, crisi ambientale e logica capitalista si sovrappongono e alimentano l’una con l’altra4. Secondo Adams la difficoltà di vegetariane e femministe a essere ascoltate è legata proprio alla stabilità di un equilibrio intrinsecamente ingiusto, che venendo imposto, istituzionalizzato e trasmesso come naturale riesce a occultare le proprie logiche di violenza.
L’equilibrio quindi non definisce a priori un sistema giusto, ma solo l’esito di un rapporto di forze; non coincide sempre con l’uguaglianza delle parti e non genera necessariamente uno stato di giustizia. Si può pensare all’equilibrio come a una situazione di armonia, che si è andata realizzando lentamente e mediando le polarità; forse, tuttavia, certi equilibri non possono raggiungersi che a partire da una rottura dei (dis)equilibri pre-esistenti; esistono contesti dove la giustizia non sembra ottenibile che attraverso uno scarto violento dallo status quo, e i criteri di moderazione e dialogo si rivelano inadeguati. Ma fin dove la violenza è legittima? Dove corre il limite? In casi come la rivendicazione di un pianeta sano, le denunce di violenza sessuale, le azioni politiche per la democrazia la violenza è sempre valida, in qualsiasi grado e qualsiasi forma? Sto manifestando: voglio scuotere, sovvertire, incrinare. Quando la metafora di rottura, di scossa, di sovversione deve rimanere ideale, non può concretarsi completamente? Quando invece il principio del giusto mezzo e della moderazione sono condannabili come ipocrisie, e non esistono strumenti estremi ma solo tentativi più o meno effettivi di dare voce, darsi voce, cambiare gli equilibri?
NOTE
1. Cfr. J. Derrida, L’animale che dunque sono, Rusconi Libri, Milano 2020.
2. Cfr. P. Singer, Animal Liberation Now, Vintage Publishing, New York 2024.
3. Cfr. M. Nussbaum, Giustizia per gli animali. La nostra responsabilità collettiva, il Mulino, Bologna 2023, p. 127.
4. Cfr. C. Adams, The Sexual Politics of Meat. A Feminist-Vegan Critical Theory, Bloomsbury Publishing Plc, Londra 2024, pp. 49-65.
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