Le immagini generate tramite intelligenza artificiale – chiamiamole “AImmagini” – sono sempre più diffuse. La loro presenza sta mettendo in discussione molto di ciò che credevamo di sapere sulla natura e sul funzionamento delle immagini, a cominciare da una questione cruciale, persino preliminare ai dilemmi etici, politici e giuridici: le AImmagini hanno un autore – e, nel caso, di che tipo e quale?
Per inquadrare il problema, prendiamo questi quattro casi:
- Mentre una formica si muove sulla sabbia, lascia una traccia che riproduce i lineamenti del mio volto.
- Mentre Vanessa mi osserva, disegna un mio ritratto.
- Mentre Vanessa mi osserva, mi ritrae scattandomi una fotografia.
- Dopo aver aperto Nano Banana 2 e promptato “3 diversi ritratti di un filosofo”, Vanessa ottiene il seguente risultato, selezionando e inviandomi la terza immagine:
Difficilmente diremmo che il mio volto sulla sabbia sia propriamente un ritratto, un’immagine: non manifesta l’intenzione di una formica-autrice che ha voluto tracciare il mio volto e, perciò, ha potuto farlo più o meno bene. Per trovarci di fronte a un’immagine, contano certamente anche la rassomiglianza della figura (aspetto mimetico), la catena di azioni eseguite per realizzarla (aspetto materiale) e il suo riconoscimento da parte dell’osservatore (aspetto ricettivo), ma prima di tutto l’immagine per noi è quella figura che ha dietro l’intenzione di mostrare qualcosa. Una figura che qualcuno ha realizzato per qualche motivo, con il controllo dei suoi dettagli.
Questo tratto è piuttosto evidente nel disegno di Vanessa, ma risulta già meno scontato nella sua fotografia. Infatti, essa non è un suo prodotto come lo è il disegno realizzato di proprio pugno, cercando di fare collimare la figura con le proprie percezioni e idee, ma è l’esito di un processo meccanico di cattura diretta, che può anche restituire i contorni di aspetti da lei non preesaminati né preselezionati (come una mosca di passaggio). Eppure, la fotografia esprime le intenzioni di Vanessa sia a monte nella scelta dell’inquadratura, nella ricerca del soggetto, nell’attenzione alla posa, nella valutazione dell’esposizione e nella scelta del momento in cui scattare, sia a valle nella selezione dello scatto migliore, nella post-produzione, e così via. Inoltre, la macchina fotografica è fatta per catturare immagini di ciò che ha di fronte by design, comportamento che Vanessa sfrutta ben consapevolmente.
Ma quando Vanessa è alle prese con le AImmagini, che ne è delle sue intenzioni? Certo, l’apertura del generatore e l’elaborazione del prompt segnalano un’intenzione a monte, così come la selezione e l’invio del terzo ritratto senza richiedere o eseguire modifiche indica un’intenzione a valle. Al contempo, i ritratti scartati appaiono ugualmente immagini, ancorché “senza autore”, evidenziando come le AImmagini comportino una discrepanza tra input e output: Vanessa non ha affatto richiesto libri, occhiali, barba, edifici, monti, ecc.; eppure, eccoli comparire. Il fatto è che Nano Banana 2 è disegnato non per riprodurre ciò che ha davanti, ma per essere generativo, limitando per principio la possibilità di gestire gli aspetti automatici rispetto a quanto avveniva con la fotografia, la quale permetteva, per esempio, di controllare l’area dell’inquadratura facendo dello studio una “tela tridimensionale”.
Pertanto, da un lato Nano Banana 2 ha intenzioni, intese come la risultante imprevedibile delle intenzioni delle innumerevoli Vanesse autrici delle immagini nel database congiunte a quelle dei programmatori/addestratori. Dall’altro lato, proprio perciò, l’intenzione “sintetica” di Nano Banana 2 rimane spuria, troppo vaga rispetto all’intenzione per come siamo soliti concepirla. Per queste ragioni, l’intenzionalità dell’AImmagine richiede strumenti radicalmente nuovi per essere adeguatamente compresa1. Pur essendo appena agli inizi di questo tentativo, si può indicare una pista da seguire, che richiede di prendere sul serio il carattere “sintetico” dell’AImmagine e ripetere il gesto compiuto a seguito del confronto con la fotografia: andare a cercare l’intenzione anche in ambiti nuovi.
Con l’immagine fotografica, ci eravamo imbattuti in un «inconscio ottico» (cfr. W. Benjamin, Piccola storia della fotografia, Skira, Milano 2011, pp. 16-17): avevamo cominciato a vedere anche attraverso un altro occhio, meccanico, scoprendo cose da vedere e modi di vedere altrimenti inaccessibili, per poi renderli parte integrante della nostra immagin-azione. Con l’AImmagine, sembra delinearsi qualcosa di simile: siamo di fronte a una sorta di “inconscio sintetico” (cfr. M.B. Fazi, A Transcendental Philosophy of Large Language Models, “Philosophy & Digitality”, 2 (1), 2025, pp. 133-149). Ciò significa che stiamo cominciando a pensare anche attraverso un’altra mente, algoritmica, che elabora le rappresentazioni a modo proprio, secondo i propri meccanismi di sintesi spontanea. Conseguentemente, esploriamo direttamente modi “alieni” di intenzionare e generare immagini, trovandoci nuovamente a dover imparare a integrarli nella nostra immagin-azione.
Possiamo allora azzardare: laddove l’espressione dell’intenzionalità di Vanessa doveva molto all’abilità manuale prima e alla padronanza dei parametri dell’occhio meccanico poi, in futuro essa passerà sempre più nella capacità di gestire, in qualità di designer, supervisora e curatrice, processi distribuiti e stratificati, che coinvolgono un co-autore o co-generatore computazionale dotato di margini di autonomia. Processi di “autorizzazione”, piuttosto che di autorialità nel senso odierno, ma non perciò meno originali o creativi.
NOTE
1. Ved. N. Irmak, Artifacts Without Authors: Generative Artificial Intelligence and the Question of Authorship, “Metaphysics”, 7 (1), 2024, pp. 1-15; J. Masotti, Depiction and Synthetic Images, “Philosophical Studies”, 183, 2026, pp. 673-695; N. Young, & E. Terrone, Growing the Image: Generative AI and the Medium of Gardening, “The Philosophical Quarterly, 75 (1), 2024, pp. 310-319.
[Photo credit Brecht Corbeel via unsplash.com]