Da qualche anno c’è una tendenza che si diffonde sui social suscitando importanti interrogativi sui ruoli di genere: quella delle Traditional Wives. Queste mogli tradizionali dell’era digitale fanno milioni di views su Instagram e TikTok proponendo un ritorno a ruoli di genere faticosamente superati, adottando spesso un’estetica (e un’etica!) che richiama gli anni ’50, attraverso contenuti in cui donne, spesso molto giovani, scelgono deliberatamente di non lavorare per dedicare la loro vita alla cura dei mariti, della casa, dei figli.
A differenza delle casalinghe degli anni ’50, che probabilmente erano altrettanto brave a inamidare colletti e a preparare manicaretti, il lavoro di cura di queste giovani mogli, viene minuziosamente documentato sui social. E già questa differenza potrebbe essere dirimente, in quanto la produzione di contenuti digitali quotidiani può diventare un vero e proprio lavoro, e per i profili più fortunati e meglio gestiti, un vero e proprio business. L’altra sostanziale differenza è che, mentre le nostre nonne e bisnonne non avevano scelta, le ragazze di oggi ce l’hanno eccome, ma sembrano preferire una vita dedita alla casa e alla famiglia rispetto ad una realizzazione professionale esterna. Questa scelta non è neutra neppure da un punto di vista valoriale, ma porta con sé l’accettazione di un ruolo di sottomissione rispetto al marito, che torna ad essere il solo capofamiglia.
Il modello male breadwinner, impostosi soprattutto con la rivoluzione industriale, non consiste semplicemente in una divisione dei ruoli, ma relega le donne a una situazione di totale dipendenza economica. È un fardello della società patriarcale che ha ancora importanti conseguenze sulle donne, sia sul mercato del lavoro sia nella gestione del lavoro di cura1. Di fronte a questa diapositiva vintage che ha per protagoniste delle ventenni entusiaste di essere subordinate viene spontaneo chiedersi che cosa abbia spinto a questa romanticizzazione di un passato non così felice, almeno per le donne. Nel pamphlet Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, Kant afferma che «è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole» (I. Kant, Risposta alla domanda: Che cos’è l’illuminismo?, ETS, Pisa 2013, p. 11). Forse nel nostro mondo, fatto di infinite possibilità di scelta, di strade che cambiano direzione, lo stato di minorità, ovvero «l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro» sembra un rifugio confortevole: la guida del marito sopperisce alla necessità di dover prendere delle decisioni, l’obbedienza prende il posto del coraggio delle proprie scelte, la casa diventa una gabbia dorata in cui ci si sente al riparo da un mondo complesso.
Non solo ai capifamiglia però è affidato il ruolo di guide, autorità capaci di condurre le donne per mano in una vita lineare, anche altre donne svolgono spesso questo ruolo, focalizzando le ambizioni di tante su case impeccabili e cene prelibate: sono figure carismatiche e coinvolgenti, che spesso possiedono capitali, sia economici che sociali, per poter arrivare a un vasto pubblico. Erika Kirk, ad esempio, è una figura di spicco e guru di questo movimento, ma la sua fortuna va ben oltre le mura domestiche: ha frequentato un’università prestigiosa, è imprenditrice, dirigente e podcaster, ma dal palco chiede a migliaia di altre donne di stare a casa a badare al marito e ai figli. A differenza di chi parla, però, il rischio è che chi ascolta non abbia né le risorse economiche né culturali per reinventarsi, né la forza necessaria di emanciparsi da un ruolo che potrebbe diventare stretto2.
Politicamente le trad wives sono apertamente conservatrici e dichiaratamente antifemministe, e spesso imputano proprio ai movimenti femministi la causa dell’infelicità delle donne, che non sempre hanno trovato una realizzazione personale in un mondo fortemente competitivo, in cui è difficile affermarsi professionalmente. Un’idea fondante del femminismo però l’hanno sicuramente fatta propria: il personale è politico, anche quando è illuminato dai riflettori dei social. E lo mostrano facendoci entrare nelle loro case, mostrandoci le loro routine d’altri tempi, veicolano idee ben precise, con una direzione politica chiara, che riporta indietro le donne di decenni, forse per paura di una libertà faticosamente conquistata3.
NOTE
1. Cfr. J. Lewis, The Decline of the Male Breadwinner Model: Implication for Work and Care, “Social Politics”, vol. 8, issue 2, summer 2001, pp. 152-169.
2. Cfr. E.F. Gadeschi, Chi è Erika Kirk.
3. Cfr. R. Heberle, The Personal is Political, in The Oxford handbook of feminist theory, Oxford University Press, Oxford 2016, pp. 593-609.
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