Esiste un’arma che non fa rumore, eppure può essere più letale di bombe e pistole: è il silenzio di chi vede e volta lo sguardo. Le mafie lo sanno bene, difatti prosperano là dove la coscienza tace. È per infrangere il muro del silenzio che, il 21 marzo, l’Italia celebra la Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Non solo per deporre fiori sulle loro lapidi, ma soprattutto per piantare semi fertili nella coscienza collettiva. La memoria civica è come un muscolo del grande corpo della società, esige cura, esercizio: se la trascuriamo, si atrofizza e la società perde vigore; se la alleniamo, diventa monito, pungolo, energia che distoglie dall’inerzia morale, rende vigili e capaci di opporsi al male e trasformare il presente.
Ricordare le vittime delle mafie è un atto di resistenza contro la convinzione che la violenza sia inevitabile, la corruzione normale e l’omertà una forma necessaria di prudenza. Ogni vita spezzata che non lasciamo cadere nell’oblio diventa un antidoto, una scintilla di coscienza contro quell’indifferenza silenziosa, quel consenso passivo e quella rassegnazione, che consentono alle mafie di radicarsi e sopravvivere.
«Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.»
Questa esortazione, pronunciata da Paolo Borsellino il 23 maggio 1992, presso la Biblioteca Comunale di Palermo, dopo la notizia della strage di Capaci, e prima che, il 19 luglio 1992, venisse assassinato, in via D’Amelio, è una consegna. Borsellino chiedeva di parlare per rompere il silenzio, per non lasciare che la paura o l’abitudine a tacere diventassero complicità. Esortava a parlare per ricordare, affinché l’indifferenza non diventasse terreno fertile per l’illegalità e la rimozione protezione per chi esercita violenza.
La memoria deve trasformare il ricordo in prassi, farsi esortazione all’azione. Deve condurre alla consapevolezza che quel passato ci riguarda, ci interpella, ci chiede di fare la nostra parte, esige il nostro coraggio. Non quello dei grandi atti di eroismo, ma dei gesti quotidiani, delle piccole decisioni, che ci fanno rifiutare un favore che sa di scorciatoia, denunciare un’ingiustizia, contrastare la logica del “così fan tutti”, difendere chi è più esposto. Il coraggio di interrogare le nostre abitudini: come consumiamo, come votiamo, come parliamo, come ci relazioniamo agli altri. Trasformiamo il ricordo in esercizio di coraggio ogni volta che resistiamo alla tentazione del nichilismo pratico: quando preferiamo la responsabilità all’indifferenza, la verità al silenzio, la trasparenza all’ambiguità, la legalità alla convenienza.
Il coraggio è contagioso: quando qualcuno lo esercita, altri trovano la forza di praticarlo. Le mafie consolidano il loro potere grazie all’isolamento, ma quando il coraggio smette di essere gesto isolato e si trasforma in movimento condiviso, reciprocità e corresponsabilità, la paura si attenua e le mafie cominciano a perdere terreno.
«Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto.»
Queste parole, pronunciate il 18 febbraio 1993 da Don Pino Puglisi, durante l’incontro “Chiesa e mafia: la cultura del servizio e dell’amore contro la cultura del malaffare“, risuonano come testamento morale di un uomo che credeva nella possibilità del cambiamento grazie ai gesti quotidiani, alla responsabilità diffusa. Don Pino Puglisi si oppose alla mafia con la forza dell’educazione, con la fiducia che il bene potesse mettere radici anche nei luoghi in cui il male sembrava incontrastato. Nel quartiere Brancaccio di Palermo, offrì ai giovani alternative alla strada, insegnò loro a dire “no” ai boss, mostrò che la libertà è possibile. Per questo venne ucciso, il 15 settembre 1993.
Ricordare le vittime delle mafie significa guardare al passato per dare una nuova direzione al domani. La memoria non conserva soltanto: orienta l’agire futuro. È da questa spinta proiettiva che prende vita la speranza di cui parla Ernst Bloch. La speranza è energia trasformativa. A differenza della paura «non è attesa passiva, non è rinunciataria […] si espande, allarga gli uomini invece di restringerli (non permette) di accontentarsi del cattivo presente» (E. Bloch. Il Principio Speranza, Garzanti, Milano 2005, pag. 6). È apertura al nuovo, tensione verso il cambiamento. Memoria e speranza risultano così alleate nello stesso cammino di contrasto alle mafie: la prima tiene vivo ciò che è accaduto, la seconda apre l’orizzonte di ciò che può essere costruito.
«Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini».
Queste parole, pronunciate dal magistrato Giovanni Falcone prima che la mafia lo uccidesse a Capaci, il 23 maggio 1992, conservano intatta la loro forza. Quell’idea della giustizia come bene comune, della legalità come responsabilità condivisa deve continuare a camminare sulle nostre gambe, nelle nostre scelte. Deve diventare progetto di un Paese che non si rassegna, impegno della scuola, delle istituzioni, delle associazioni, delle piccole e grandi comunità.
La lotta alle mafie si vince educando, vigilando, costruendo legami, generando cittadinanza attiva. Ogni luogo in cui si cresce, si decide, si coopera può diventare un presidio di legalità.
Facciamo sì che il 21 marzo sia la primavera della militanza attiva e comunitaria, monito e promessa di un futuro più giusto da costruire insieme.
NOTE
[Photo credit Towfiqu barbhuiya via unsplash.com]