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Quel che ci vuole per una guerra: leggere Kant oggi

È facile pensare che il primo nemico del bene sia il male, inteso come male morale: in presenza di uno stato di benessere generalizzato, quel che va a intaccare l’equilibrio è la cattiveria, l’egoismo, il sadismo, una ferma volontà di nuocere all’altro, spesso per il puro piacere di poterlo fare.

Non era dello stesso avviso, invece, Immanuel Kant. In una delle sue immagini più potenti, il filosofo illuminista arriva a immaginare una vera e propria “società di diavoli”, un paese abitato da esseri abietti, malvagi, avidi… un paese però governato da leggi, e in pace1. La cosa potrebbe sembrare contraddittoria, ma ha perfettamente senso all’interno della visione kantiana: per lui non è tanto la bontà d’animo o un’inclinazione altruista a portare pace e ordine, quanto piuttosto un corretto uso della ragione. Nessuno avrebbe interesse a infrangere uno stato di benessere collettivo come quello descritto sopra, e anche pensando esclusivamente a se stessi sarebbe inevitabile concordare che uno stato di pace e ordine è molto più vantaggioso anche solo in termini economici, eliminando fattori d’incertezza dal mercato e permettendo un maggior fiorire degli affari.

Questo non vale poi solo per la pace interna: i diavoli kantiani, esseri malvagi ma razionali, scoprono prima i vantaggi dell’istituzione di leggi in patria, e applicano poi lo stesso principio al rapporto con gli stati confinanti, in modo da estendere (razionalmente) il principio di benessere, armonia e ordine, tanto da arrivare a un mondo in pace. Non un mondo “buono”, ma comunque privo di conflitti.

Il nemico del bene e della pace, quindi, è per Kant non tanto la mancanza di bontà o di empatia, quanto piuttosto la mancanza di intelletto. E come ci ricorda altrove lo stesso Kant, «la mancanza di intelletto è comunemente nota come stupidità, e ad essa non v’è rimedio» (I. Kant, Critica della ragion pura, UTET, Torino, 2005, p. 343).

Anche un fermo attivista anti-nazista come Dietrich Bonhoeffer, che avrebbe pagato con la vita la sua opposizione al regime, ebbe a dire al proposito: «Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, perché dietro di sé nell’uomo lascia almeno un senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese» (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, San Paolo Edizioni, Roma, 2015, p. 64).

Il punto centrale è che il male, quando inteso come volontà consapevole di prevalere sul prossimo o anche di distruggerlo, è una forza con cui è possibile trattare, trovare compromessi, che è possibile comprare o a cui è possibile offrire accordi mutualmente benefici. La stupidità no: è imprevedibile, irrazionale, capricciosa, ottusa, inconsapevole di se stessa e votata all’autodistruzione e perciò immune anche a qualsiasi tentativo di mediazione.

Il crollo subitaneo e catastrofico dell’ordine mondiale a cui stiamo assistendo in questi giorni, dal supporto al genocidio palestinese alle scellerate azioni neocoloniali in Venezuela, dalle reiterate minacce di invasione della Groenlandia fino all’ultima, criminale guerra aperta contro l’Iran, è tanto più tragico quanto più sembra irreversibile e inopponibile. Non perché a guidare queste azioni di forza sia una volontà di ferro caratterizzata da intransigente determinazione, ma al contrario perché sostenute da capricci infantili, da narcisismo tossico, da tragicomica megalomania, e a conti fatti da una sconfinata idiozia.

Non bisogna certo confondere le azioni insensate e scellerate dell'”uomo forte” al comando con gli interessi ben più mirati e precisi, per quanto tra loro confliggenti, degli uomini che lo manovrano si direbbe a sua completa insaputa, approfittando di un ego che lo porta a ritenersi sempre il più furbo nella stanza contro ogni evidenza del contrario. Ma la malvagità del burattinaio non sarebbe niente senza la cara, vecchia, affidabile stupidità del burattino a tradurla in azione.

 

NOTE:
1 – Cfr. I. Kant, Per la pace perpetua, 1795, in Scritti di storia, politica e diritto, Laterza, Roma-Bari, 2009

Giacomo Mininni

inquieto, contemplativo, curioso

Vivo da sempre a Firenze, non solo una città, ma un modo di essere. Sono filosofo morale, ma successivamente mi sono specializzato in filosofia delle religioni, e ho lavorato anni nell’ambito del dialogo interreligioso e dei progetti di collaborazione tra fedi e confessioni diverse. Sono felice padre di una bellissima bambina, che pur avendo poco […]

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