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Preoccuparsi

Preoccuparsi o pre-occuparsi?

“Preoccuparsi” significa letteralmente occuparsi in anticipo. Occuparsi, cioè far fronte ad una situazione che ha bisogno di essere gestita, come nell’espressione “me ne occupo io”. In questo senso, la preoccupazione è segno di accortezza ed è ciò che ci permette di non trovarci impreparati; un famoso esempio di preoccupazione è proposto dalla formica nella celebre favola di Esopo. La formica, che sa che l’inverno sta per arrivare e con esso anche la penuria di cibo, si prepara e raccoglie in estate ciò che verrà consumato soltanto alcuni mesi dopo. La cicala, al contrario, non si preoccupa di ciò che non è immediatamente presente, passa l’estate a cantare sugli alberi e una volta giunto l’inverno è costretta a bussare alla porta della formica per chiedere un po’ di cibo, che le sarà negato. L’incapacità di anticipare le minacce è per la cicala causa di morte.

Se da questo punto di vista la preoccupazione ci permette di organizzarci e di non farci cogliere di sorpresa, d’altra parte questo termine ha in sé un’accezione decisamente negativa: esso denota l’inquietudine del nostro stato d’animo. Talvolta la preoccupazione diventa apprensione ed è quasi più un ostacolo che una risorsa per il nostro agire. Come spiegarsi questa duplice accezione del termine
Forse possiamo leggere “preoccuparsi” anche in senso riflessivo, come occupare sé stessi con un pensiero ingombrante che riempie la nostra mente, e ciò prima che sia giunto il momento opportuno: vale a dire nel momento sbagliato.
Si pensi a quando utilizziamo espressioni come “sono preoccupato di non farcela”.  In questo caso succede che ci immaginiamo uno scenario, per esempio il fallimento di un esame oppure il non esser riusciti ad adempiere ad un incarico lavorativo. Questa rappresentazione di ciò che non si è ancora verificato come se fosse qui presente ci turba. Ma perché una preoccupazione di questo tipo non ci attiva, analogamente a quella dell’inverno nei confronti della formica? Il fatto è che la formica sa perfettamente la reale entità del rischio che corre, e di conseguenza lo affronta nella maniera più appropriata: conosce l’inverno, sa quando arriverà e sa che se raccoglierà abbastanza cibo sopravviverà. Quando invece la natura di ciò che ci preoccupa è per noi ignota l’immaginazione ne altera l’entità e sopraggiunge il turbamento. Cosa fare in questi casi?

Nella Lettera 24 Seneca tratta il tema della preoccupazione. Lucilio è preoccupato per l’esito di un processo che deve subire. Seneca invita dunque il suo discepolo, come esercizio mentale, a rappresentarsi il peggior scenario possibile e meditarlo, al fine di prendere dimestichezza con esso e di rendersi conto che anche nel peggiore dei casi (l’incarcerazione, l’esilio o perfino la morte) ciò che spaventa non è nelle cose, ma è introdotto in esse dalla nostra immaginazione:

«Ricordati anzitutto di vedere le cose nella loro semplice realtà, senza deformazioni esterne: capirai che in esse non c’è niente che debba far paura, se non la paura stessa. Ciò che vedi succedere ai fanciulli, succede anche a noi che siamo solo dei fanciulli un po’ più grandi: quando vedono mascherate le persone che amano e con le quali hanno una consuetudine di giochi e di vita, si spaventano; anche alle cose, come agli uomini, bisogna togliere la maschera e restituire il loro vero aspetto» (L. A. Seneca, Lettere a Lucilio, Rusconi, Cles (TN), 2024, p. 52). 

Ciò che viene messo in luce da Seneca in questa lettera è l’assurdità del nostro comportamento quando la nostra immaginazione ci fa perdere di vista ciò con cui abbiamo a che fare, quando il timore di subire degli enormi mali ci porta ad agire d’impulso, facendoci compiere atti insensati e dalle conseguenze assai dannose: «È tanta la stupidità, anzi la follia degli uomini, che alcuni sono spinti alla morte proprio dal timore della morte» (ivi, p. 54).

L’immaginazione quindi lavora spesso a nostra insaputa e governa i nostri stati d’animo e le nostre azioni, facendoci preoccupare e causando in noi turbamento ed irragionevolezza. Tuttavia questa rappresentazione di ciò che può accaderci, se meditata, può mostrarci la reale portata di ciò che ci preoccupa: può quindi dissipare in noi le preoccupazioni eccessive rendendoci capaci di affrontare la situazione con lo stesso atteggiamento della formica che raccoglie il cibo per l’inverno. È tuttavia importante tener presente che Seneca parla di meditazione a ragion veduta. Non si impara a dare alle cose il giusto peso dall’oggi al domani, ma esercitando il proprio sguardo osservatore con calma, cosa che nel frenetico contesto odierno rischia d’essere un’impresa ardua. Ma ricordiamoci che «niente, per quanto efficace, reca giovamento in poco tempo» (ivi, pag. 4).

 

NOTE
[Photo credit Prabir Kashyap via Unsplash.com]

Pietro Bogo

Pietro Bogo

Determinato, Titubante, Contraddittorio

Nato a Belluno nel 1994, ho conseguito una laurea triennale in Filosofia presso l’Università degli studi di Trieste. Ho poi continuato i miei studi presso l’Université d’Aix-Marseille, dove ho ottenuto nel 2019 una laurea magistrale discutendo una tesi sulla relazione tra la sostanza e l’attributo nel pensiero di Spinoza. Al momento insegno lettere presso una […]

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