Il filosofo greco Pitagora, nato nell’isola greca di Samo intorno al 570 a.C., è ricordato principalmente per i suoi contributi alla matematica, primo fra tutti il teorema sul triangolo rettangolo che porta il suo nome. Tuttavia, nella scuola da lui fondata a Crotone si studiavano anche musica, filosofia ed etica, all’interno di un progetto di vita comunitaria molto regolato. Tra i principi fondamentali del bios pythagorikos, ovvero la “vita pitagorica”, vi era il divieto di consumare carne. Per questa ragione, i pitagorici sono spesso considerati i primi vegetariani della storia antica e, non a caso, fino al XIX secolo chi rifiutava la carne veniva comunemente definito “pitagorico”. Già ai tempi di Platone, il termine “pitagorico” era utilizzato come sinonimo di phytophagos (mangiatore di piante) e antikreophagos (contrario al consumo di carne).
Come mai Pitagora non mangiava carne? Il rifiuto della carne da parte di Pitagora e dei suoi seguaci era strettamente legato alla dottrina della metempsicosi, ovvero la credenza secondo cui l’anima sopravvive alla morte del corpo e trasmigra in altri esseri viventi. Influenzato probabilmente dall’orfismo, Pitagora sosteneva che l’astensione da carne e pesce contribuisse alla purificazione dell’anima, favorisse una migliore salute e impedisse il rischio, moralmente intollerabile, di nutrirsi dei corpi in cui si fossero reincarnati parenti o amici. Questa concezione aveva conseguenze pratiche molto ampie: ai pitagorici era vietato non solo mangiare animali, ma anche indossare abiti o calzature ricavati da essi e partecipare a sacrifici animali in onore degli dèi. Il vegetarianesimo pitagorico non era quindi una semplice scelta alimentare, ma anche una norma etica e spirituale che investiva l’intero stile di vita.
A Pitagora è inoltre attribuita l’idea secondo cui “coloro che uccidono gli animali e ne mangiano le carni saranno più inclini, rispetto ai vegetariani, a massacrare i propri simili”. Un legame tra violenza sugli animali e violenza sugli esseri umani che è stato ripreso, nel II secolo d.C., da Plutarco, l’altro celebre filosofo greco vegetariano. Nell’opera Sul mangiare carne, Plutarco condanna il consumo di animali definendolo una pratica innaturale e un sacrificio crudele e non necessario.
Nonostante questi elementi possano far sembrare il pensiero pitagorico vicino alle sensibilità contemporanee che hanno consentito la diffusione della dieta vegetariana e vegana, è importante sottolineare che il vegetarianesimo di Pitagora rimane inserito in una visione del mondo androcentrica e gerarchica. La comunità pitagorica, pur ammettendo anche le donne, cosa insolita all’epoca, non metteva in discussione la centralità dell’essere umano. La rinuncia alla carne non nasceva da un riconoscimento della libertà animale in quanto tale, bensì da esigenze di purificazione dell’anima umana. Per questo motivo, il vegetarianesimo pitagorico non può essere considerato antispecista nel senso moderno del termine. Gli animali non vengono tutelati in quanto soggetti senzienti, ma in quanto possibili contenitori di anime umane. L’astensione dalla carne non mette in discussione la superiorità dell’essere umano sugli altri viventi, bensì rafforza una visione antropocentrica in cui l’animale è rilevante solo in relazione all’uomo.
Un altro elemento da considerare è il carattere normativo e identitario del vegetarianesimo pitagorico. L’astensione dalla carne non era una scelta individuale, ma un obbligo imposto all’interno di una comunità fortemente regolata, in cui il controllo dei comportamenti aveva una funzione disciplinare. Mangiare in un certo modo significava, dunque, appartenere al gruppo e distinguersi nettamente dal resto della società. Questo aspetto contribuisce a spiegare perché i pitagorici fossero spesso guardati con sospetto o derisione dai loro contemporanei: il rifiuto della carne rompeva un ordine simbolico fondato sul sacrificio animale e sulla condivisione della carne come pratica sociale. Ancora oggi, le scelte alimentari che si discostano dalla norma dominante tendono a essere percepite come una forma di giudizio implicito sugli altri, suscitando reazioni difensive. In questo senso, il caso pitagorico mostra come il cibo non sia mai neutrale, ma sempre carico di significati morali, culturali e politici.
La vicenda di Pitagora e dei suoi seguaci resta, dunque, proprio per questo elemento comunitario e identitario, attuale: nonostante la motivazione dietro al vegetarianesimo fosse diversa da quella contemporanea, ieri come oggi, chi sceglie di non mangiare carne e/o derivati viene percepito come strano, eccessivo, moralmente sospetto o socialmente destabilizzante. L’etichetta di “pitagorico” funzionava già nell’antichità come un marchio di alterità, proprio come accade oggi con il vegetarianesimo e il veganismo. In questo senso, la storia del pitagorismo ci mostra come le scelte alimentari siano sempre state anche scelte politiche e culturali, capaci di mettere in crisi le abitudini dominanti.
NOTE
[Photo credit Jonathan Pielmayer via unsplash.com]