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Pensiero vs azione in Zorba il greco

Ci sono personaggi letterari capaci di incarnare, da soli, un atteggiamento verso la vita, una scuola di pensiero, uno stile che resta eternamente legato al loro nome. Per questi personaggi emblematici il tempo sembra non passare e, grazie alla penna, vivono l’eterna giovinezza che solo la letteratura può donare. Uno di loro, dall’esito molto fortunato anche grazie alla trasposizione cinematografica del 1964, è sicuramente Zorba il greco, nato dalla feconda penna di Nikos Kazantzakis nel 1946. Siamo a Creta intorno agli anni ’30 del XX secolo e a fare da contraltare a Zorba c’è la voce narrante, un narratore senza nome che sembrerebbe rispecchiare l’autore stesso che tenta di ricordare e ricostruire la sua vita con Zorba, fin dal momento del loro primo incontro, mettendo immediatamente in scena l’eterna dualità e l’altrettanto eterna lotta tra pensiero e azione. Infatti, sin da subito, il narratore appare come un giovane intellettuale, sempre chino sui libri, senza grandi esperienze reali, schivo e a tratti molto solitario che tende a chiudersi in se stesso in un atteggiamento malinconico e meditabondo mentre Alexis Zorba è un uomo già maturo, un giramondo pieno di invettive, dotato di un linguaggio molto colorito e di un’infinita serie di aneddoti da poter raccontare. L’incontro tra i due porta prima di tutto ad un accordo lavorativo, infatti il narratore che poi Zorba chiamerà sempre “padrone” assume l’uomo come capo operario nella miniera di lignite che dirige in un piccolo villaggio cretese.

«Il più delle volte io non parlavo; che cosa poteva dire un “intellettuale” a un drago? Lo ascoltavo mentre mi raccontava del suo villaggio sul Monte Olimpo, delle nevi, dei lupi, dei comitagi, di Santa Sofia, della lignite, della magnesite, delle donne, di Dio, della patria, e della morte – e all’improvviso, quando era stanco e non ne poteva più delle parole, balzava in piedi, sui grossi ciottoli della spiaggia, e cominciava a ballare» (Nikos Kazantzakis, Zorba il greco, Feltrinelli, Milano 2023, pp. 13-14).

Se i due conducono una vita praticamente separata durante il giorno, Zorba va in miniera mentre il “padrone” passa il tempo immerso nella lettura e nella scrittura, la sera hanno modo di ritrovarsi condividendo il pasto, bevendo, chiacchierando mentre Zorba suona il salterio.

«Da quando ho imparato a suonare il salterio sono diventato un altro uomo. Quando ho le mie pene o sono senza un soldo, suono il salterio e mi sento meglio. Quando suono, se mi parlano non sento; e se sento non posso parlare. Voglio, voglio, ma non posso» (ivi, p. 30).

Ci troviamo, dunque, di fronte a due mondi tanto diversi quanto curiosi l’uno dell’altro e mentre il giovane narratore impara dall’azione di Zorba, anche noi lettori veniamo catapultati irresistibilmente in un’atmosfera a tratti carnale e arcana, piena di istinto, di azione e di gioia pura. In Zorba, personaggio che affascina e spiazza il lettore, infatti, confluiscono caratteristiche decise e, a tratti, sfacciate che però si alternano a momenti di grande delicatezza come quando, appunto, le sue mani da lavoratore pizzicano le corde del salterio e ci sembra di commuoverci anche noi. La differenza con il narratore è profonda anche nel modo in cui si pongono nei confronti dell’amore, se Zorba anche in questo frangente è azione allo stato puro non avendo mai remore, il narratore è spesso avviluppato tra le spire della titubanza, rimugina, riflette e torna sui suoi passi senza riuscire a prendere davvero di petto le situazioni o a cogliere realmente e con spensieratezza le occasioni. Proprio per questo egli sente il bisogno di avere al proprio fianco una figura come quella di Zorba, perché gli ricorda cos’è la meraviglia e quanto sia importante nella vita di tutti i giorni anche sapersi lasciare andare. L’invito all’azione si traduce, dunque, anche in un invito a scrollarsi di dosso il comodo guscio dell’abitudine che, seppure confortevole, può renderci schiavi, assopire le nostre emozioni e inibire i nostri istinti. Può infatti accadere, e non di rado, che nella nostra quotidianità tendiamo a non spingerci oltre la cosiddetta zona di comfort, auto escludendoci da novità che potremmo vivere e assaporare pienamente. In questa ottica Zorba si erge a Maestro del “qui ed ora” incoraggiandoci ad abbracciare, nella nostra quotidianità, anche una conoscenza che non è racchiusa tra le pagine dei libri ma nella libertà di vivere in maniera più “selvaggia” e impulsiva maggiormente in contatto con il nostro corpo e con la natura, riguadagnando la capacità di guardare il mondo con gli occhi di un bambino, pronti a meravigliarci e a scatenare il nostro puro entusiasmo di fronte agli incantesimi del mondo che ci circonda.

 

NOTE
[Photocredit Srinivas Bandari by Unsplash]

Veronica Di Gregorio Zitella

Veronica Di Gregorio Zitella

curiosa, determinata, sognatrice

Sono laureata in Lettere e Filosofia e tutto il mio percorso accademico si è svolto alla Sapienza di Roma dalla triennale al Master in Editoria, giornalismo e management culturale e le mie più grandi passioni sono la filosofia, la lettura e la comunicazione; dalla fine del 2018 mi occupo di social media e comunicazione digitale […]

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