Quando diciamo acqua, le immagini che affiorano alla mente spaziano da un oceano che divide i continenti a una lacrima che scende lungo il viso, dalla sete in giornate torride alla fitta coltre di nebbia che copre le valli prima dell’alba. È difficile stabilire cosa l’acqua sia esattamente, dove si collochi rispetto a noi, quale sia la sua forma e come possa il suo significato essere così molteplice. In virtù dell’amorfismo e della fertile umidità che la caratterizzano, Talete di Mileto, considerato il primo filosofo della storia del pensiero occidentale, riconobbe nell’acqua la fonte delle forme e della vita, dunque la causa prima. Attraverso la propria fluidità, l’acqua modella molteplici ambienti mutando essa stessa configurazione. È meravigliosamente paradossale che fiumi, laghi e oceani servano spesso da confini geografici, eppure siano composti da una sostanza che per sua stessa natura li sfugge, scorrendo liberamente e unendo, piuttosto che dividere. La stessa acqua connette terre che altrimenti non si sarebbero mai incontrate, avvicina nemici che preferirebbero non condividere nulla, trasporta la vita e contamina ambienti, unendo cieli, superfici e fondali nella moltitudine delle sue consistenze.
La porosità della pelle permette di proseguire questa contaminazione; una superficie aperta rende suscettibili all’altro. Fluttuando negli oceani enormi, travolgendo intere città in forma alluvionale, nutrendo ricchissime foreste pluviali e allo stesso tempo insinuandosi nelle più capillari cavità della roccia, costruendo stalattiti goccia dopo goccia, manifestando umanità attraverso i dotti lacrimali, l’acqua coesiste a livello macroscopico e microscopico. Attraverso la pelle, il nostro essere isolato trabocca nella liquidità in cui siamo immersi. L’espulsione di fluidi come il sudore o la saliva, così come il richiamo della sete, ci ricordano che siamo corpi d’acqua e, in quanto tali, esistiamo in relazione ad altri corpi d’acqua. Per una mente occidentale, profondamente influenzata dal pensiero umanistico razionale, è molto più facile riconoscere l’acqua in una forma specifica – una consistenza, un confine geografico o sociale, uno strumento politico o una formula chimica – piuttosto che abbracciare la sua intrinseca dualità di nullità e totalità, la sua indefinibilità e il suo potenziale illimitato. Allo stesso modo, il soggetto umano è generalmente concepito come una singolarità autonoma, fisicamente e intellettualmente separata dall’ecosistema.
Riconoscersi acqua, significa invece avere consapevolezza di non essere un individuo isolato, i confini della cui soggettività sono definiti e il cui intelletto è capace di spiegare il reale tutto, ma piuttosto di essere indissolubilmente, imprevedibilmente mescolato all’universo a cui si appartiene. Il soggetto ora trabocca – metaforicamente e non – in un oceano di essere, a cui esso partecipa con una lacrima, che può diventare tempesta, o mescolarsi a una cascata nella giungla. Tale coscienza, come sostiene la scrittrice canadese Astrida Neimanis, autrice di molteplici riflessioni sull’acqua e il corpo, promuove atteggiamenti di cura e gentilezza per gli altri esseri umani e per l’ecosistema. Una consapevolezza liquida «può metterci in un contatto più profondo con i nostri corpi, in quanto implicati in quei fenomeni difficili da comprendere – cambiamento climatico, acidificazione degli oceani, esaurimento delle falde acquifere e transiti tossici a metà del mondo – con cui, nondimeno, co-abitiamo il mondo» (A. Neimanis, Bodies of Water, Bloomsbury, Londra 2017, p. 42 [Traduzione mia]). La crisi climatica, nella nuova prospettiva liquida, non è più un mero problema esterno, altro dal soggetto umano, ma lo coinvolge direttamente, in quanto tocca l’essenza – acquatica – che le due dimensioni, microscopicamente e macroscopicamente, condividono. La realtà non è più basata sulla legge del più forte, quanto piuttosto su fratellanza, rispetto, sostegno: se l’acqua circola tra i corpi e gli ambienti, allora la distinzione netta tra soggetto e altro sfuma, e i problemi climatici riguardano tanto l’ambiente quanto i soggetti umani.
Riconoscere l’impossibilità di classificare l’acqua dentro categorie razionali permette anche di assumere consapevolezza dei limiti della nostra intelligenza, fa vacillare la presunzione di una superiorità intellettuale umana. Il filosofo britannico Timothy Morton parla, a proposito, di iperoggetti, ovvero realtà che, per la loro essenza, superano le capacità di conoscenza razionale e richiedono un approccio diverso1. Accettare l’acqua come fluida, ovvero non rigidamente definita, non solo nella consistenza ma anche nel significato, significa superare le regole categoriche di necessità, causalità e logica su cui il pensiero e la cultura occidentale sono andate costruendosi, lasciando invece spazio alla possibilità, ai nuovi incontri e all’ambiguità. Una consapevolezza liquida, ovvero un atteggiamento ecologico nel senso profondo del termine, è insomma una nuova occasione per problematizzare una mentalità già data e un metodo per affrontare la crisi climatica che sembra cancellare il futuro del nostro universo.
NOTE
1. Cfr. T. Morton, Iperoggetti, Nero, Roma 2018.
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