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Morte ed evoluzione dell’arte

Una delle esperienze più comuni quando andiamo in vacanza è quella di visitare monumenti, musei, chiese o attrazioni in generale. Una mattinata per noi piacevole potrebbe essere quella passata tra le navate di una grande chiesa gotica, magari con la nostra audioguida in mano, ascoltando quello che la voce ci spiega a proposito della storia, delle caratteristiche architettoniche e delle peculiarità artistiche della chiesa. Molte volte le nostre visite sono, però, veloci e approssimative e vediamo persone fermarsi giusto quei cinque secondi davanti a un quadro per poi proseguire al successivo. Allo stesso modo, vediamo calche di persone affollarsi nei musei o nei monumenti in una costante guerra all’ultimo selfie, sentendo che le opere hanno perso la loro aura di sacralità. L’arte è forse morta?

Hegel sosteneva che l’arte fosse effettivamente morta1. Che lo sia letteralmente è impossibile; oggi, infatti, moltissimi autori ne producono ancora molta e questo succedeva certamente anche all’epoca di Hegel, che, infatti, intendeva dire un’altra cosa: la morte dell’arte significa che noi oggi non vediamo più nelle opere il valore di verità che esse possedevano nel passato. Hegel fa un esempio lampante: quando noi oggi entriamo in una chiesa, non ci prostriamo più dinnanzi alle madonne. Aggiungiamo noi: al massimo, ne facciamo una foto e poi la mostriamo ad amici e parenti come esempio, probabilmente, di candida bellezza. Ciò che un tempo era verità, incarnazione presente del divino, oggi ha perso la propria aura di importanza e viene solamente valutato in un altro modo. Ci comportiamo con esso come se fosse un’opera di un museo, dicendo la nostra opinione, cercandone la storia attraverso la didascalia scritta a lato, ma, in ogni caso, senza essere capaci di vederlo come un elemento che possiede un valore di verità immediato come lo poteva possedere per i nostri antenati. La verità, oggi, la lasciamo alla scienza.

È come se il mondo fosse un grande museo da visitare. John Dewey, per questo motivo, critica l’esperienza museale in quanto sradica le opere dal loro contesto originario2, come nel caso delle tombe greche presenti al British Museum, trapiantate dal suolo greco di origine alla stanza del museo visibile a tutti. Questo sradicamento toglie il senso all’opera e la appiattisce sulle loro caratteristiche estetiche: quella tomba greca perde il senso di memoria per un defunto e diventa mero oggetto quadrato, bello o brutto, con una decorazione in un certo stile e via dicendo. Ugualmente, con una musica, un Lied di Schubert perde il senso sociale che aveva in origine e diventa sempre più oggetto di analisi musicologiche e armoniche che ne spiegano ogni anfratto. E come godiamo noi di queste opere così ben spiegate? Gadamer mostra come reagisce la nostra coscienza3: così come viene descritta da Kant nella Critica del Giudizio e da Schiller nelle Lettere sull’educazione estetica dell’uomo, la nostra coscienza espelle da sé qualsiasi forma di verità dell’opera e, limitandosi a contemplare le caratteristiche estetiche descritte dalla storia dell’arte, si limita a esprimere il proprio piacere o dispiacere verso l’oggetto. Così, quando parliamo con qualcuno di qualche opera o di qualche musica ascoltata, la risposta maggiore è quasi sempre: “a me è piaciuto” o “a me non è piaciuto”; e, quando viene domandata una possibile risposta, ciò che viene addotto a giustificazione è comunque una idiosincrasia personale o una risposta che suona come un: “semplicemente non mi piace”. Le opere, quindi, vittime della loro musealizzazione, risentono di una generale omologazione e vengono esperite in modo superficiale.

Se, da un lato, impera questo modo di conservare e fruire l’arte, sembra impossibile non notare alcune cose. In primo luogo, è evidente che molte delle opere contemporanee sono pensate esattamente per essere fruite dentro un museo, dunque, paradossalmente, toglierle dalle sale sarebbe grave tanto quanto metterci dentro un tempio greco. In aggiunta a ciò, va detto che oggi la definizione di arte è particolarmente esclusiva ed espelle da sé le forme di espressione più popolari, con le quali noi abbiamo un rapporto più immediato. Così, potremmo essere più propensi a definire arte una canzone sentita alla radio, dalla quale potremmo trarre un significato di verità profondo. Dunque – sebbene le critiche di Hegel e Gadamer colgono perfettamente la tendenza artistica museale contemporanea, ossia quella che vede protagonista la tendenza a isolare le opere dal loro contesto originario – si potrebbe pensare che quelle stesse critiche andrebbero integrate con le riflessioni che mostrano come l’arte sia cambiata dopo la “morte” descritta da Hegel, cioè quella variazione che investe il modo con il quale le fruiamo. Detto in altre parole, l’arte potrà anche essere “morta”, il modo con cui abbiamo a che fare con le opere potrà essere diverso, ma questo non le impedisce di evolvere e di strutturarsi su questo stesso differente modo di essere, a patto di cambiare la nostra stessa idea di arte.

 

NOTE
1. Cfr. G.W.F. Hegel, Lezioni di estetica, Laterza, Milano 2000.
2. Cfr. J. Dewey, Art as experience, Penguin, Londra 2005.
3. Cfr. H. G. Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano 2000.
[Photocredits The Cleverland Museum of Art]

 

Francesco Marcuzzo

Francesco Marcuzzo

curioso, poliedrico, appassionato

Sono nato a Conegliano (TV) e vivo a Santa Lucia di Piave, in una tranquilla zona campestre. Ho sempre avuto due grandi passioni: la musica e la filosofia, che mi hanno portato nel 2021 a diplomarmi in Violino in Conservatorio e, nel 2022, a laurearmi in Scienze Filosofiche; mi piace molto mescolare le due cose […]

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