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L’habitus e il monaco nell’arte e nel gusto

Siamo immersi nelle opere d’arte. Citando Benjamin, siamo nell’era della loro riproducibilità tecnica, che ci permette di inserirle ovunque, sia come esperienze museali che come decorazione o vezzo personale (cfr. W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2014). Sarà certamente capitato a tutti noi di vedere alcuni schemi che si ripetono in questa sovrabbondanza: il dirigente aziendale che tappezza il proprio ufficio di quadri costosi; le aste d’arte dove gli appassionati offrono ingenti somme di denaro per accaparrarsi un quadro di un autore sconosciuto ma promettente; colui che critica le aste definendole “follia” e “sperpero di denaro”, dicendo che la vera arte è altrove; la persona che apprezza stili di arte primariamente urbani, come per esempio Bansky; l’uomo colto che critica le avanguardie artistiche e via seguendo. Senza voler criticare nessuna di queste tesi, è nostro interesse notare una certa loro ripetitività, che vogliamo sottoporre a uno sguardo filosofico.

Pierre Bourdieu, sociologo e filosofo francese, colse l’opportunità di svolgere una colossale ricerca su questi schemi ripetuti: dopo aver elaborato un questionario, lo sottopose a migliaia di persone appartenenti a diverse classi sociali, con l’obiettivo di ottenere dati da sottoporre ad analisi filosofica e sociologica. L’obiettivo finale era quello di indagare: «Cercando nella struttura delle classi sociali la base dei sistemi di classificazione che strutturano la percezione del mondo sociale e designano gli oggetti del piacere estetico» (P. Bourdieu, La distinzione, Il Mulino, Bologna 1979, p. XI). In altre parole, Bourdieu voleva indagare la nozione di “bello” come collegata alla struttura delle classi sociali, che, a loro volta, dipendono dalla distribuzione del Capitale; ciascuna delle classi sociali, dunque, maturerebbe una determinata idea di bello, diversa da quella delle altre. 

Ciò che emerge dalla ricerca è una rigida distinzione del gusto artistico in habitus. Questi ultimi, diversi da classe a classe, sono un insieme di convinzioni interiorizzate, schemi mentali, propensioni ad agire in un certo modo e abitudini tali da manifestarsi esternamente come una tendenza ad avere un gusto artistico; le classi si distinguono tra loro perché hanno un diverso habitus e, seguendo Bourdieu, è possibile affermare che il gusto è sempre gusto di classe. La tesi, in realtà, va ben oltre il gusto: l’habitus si estende anche a usi, costumi, preferenze nel vestiario e molte altre cose, fino anche al modo di camminare; ogni classe ha, per Bourdieu, un proprio ethos che la determina in modo vincolante. Le conseguenze di una tale tesi sono notevoli: anzitutto, viene eliminata totalmente l’idea di gusto disinteressato, poiché, seguendo Bourdieu, è evidente che il “bello” dipende sempre largamente da qualcosa che non è in mano nostra e che ci costringe; in secondo luogo, il bello viene collegato indissolubilmente alla struttura del Capitale, che lo determina. A seconda di come questo è distribuito, si sviluppano anche i gusti artistici: l’alta borghesia sviluppa, per esempio, un concetto di bello legato alla raffinatezza e all’elaborazione formale, mentre il proletariato sviluppa un gusto totalmente opposto, più popolare, immediato e distante dall’intellettualizzazione.

La conseguenza principale della teoria del sociologo è l’immobilità sociale del gusto: dal testo sembra trasparire una certa impossibilità di uscire totalmente dalle prospettive derivanti dalla classe di appartenenza. Ciò dipende, a nostro avviso, da una concezione angusta dell’habitus: sebbene sia vero che, in generale, si possono riscontrare le tendenze sopra descritte, non è affatto detto che un habitus non si possa cambiare. Così sostengono, infatti, Dewey (cfr. J. Dewey, Art as Experience, Perigee Books, New York 1934), filosofo pragmatista americano, e Dreon, che costruisce una definizione di “essere umano” basandosi sugli scritti del filosofo americano (cfr. R. Dreon, Human Landscapes, Suny Press, New York 2022). Dai testi emerge una ridefinizione dell’habitus come un modo nel quale un soggetto gestisce le risorse personali e ambientali per ottenere un comportamento che le organizzi al meglio, in modo che la sua ripetizione apporti un vantaggio. Data, però, la capacità e la propensione dell’essere umano a cambiare, permessa da una neuroplasticità fisiologica, Dewey e Dreon rimangono aperti a reinterpretare le nostre abitudini come dei comportamenti non vincolanti. Per esempio, lo studio e l’educazione, per Dewey, possono introdurre un pesantissimo elemento di rottura nell’habitus, tanto da causare un’istanza di crisi che ne impone la ristrutturazione. L’elemento di crisi, dunque, è valutato come fecondo, tanto da permettere quella propulsione utile a cambiare e ricostruire i nostri schemi mentali, le nostre convinzioni, abitudini e tendenze ad agire. Dovrebbe stare a noi, dunque, e non al Capitale, scegliere se è l’habitus a fare il monaco.

 

NOTE
[Photocredit Dan Farrell via unsplash.com]

Francesco Marcuzzo

Francesco Marcuzzo

curioso, poliedrico, appassionato

Sono nato a Conegliano (TV) e vivo a Santa Lucia di Piave, in una tranquilla zona campestre. Ho sempre avuto due grandi passioni: la musica e la filosofia, che mi hanno portato nel 2021 a diplomarmi in Violino in Conservatorio e, nel 2022, a laurearmi in Scienze Filosofiche; mi piace molto mescolare le due cose […]

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