Se la natura dell’autorità gerarchica appare, a prima vista, un tratto di poco conto, la filosofia, come un raggio che filtra attraverso la densità delle foglie, mette in luce quelle strutture di pensiero che governano il nostro agire. Nel corso degli impegni lavorativi, sotto una struttura di autorità, si sperimenta, talvolta in prima persona, cosa significhi sbagliare procedura, mancare una scadenza, fraintendere un’istruzione. Infatti, nelle organizzazioni contemporanee — siano esse aziende, istituzioni scolastiche o enti pubblici — l’errore, in ogni sua forma, è un evento quasi inevitabile. E accade, in alcune circostanze, di imbattersi in una figura gerarchica che riprende il collaboratore pubblicamente: davanti ai colleghi, in riunione, in un’aula. In tal modo esercita sui sottoposti una pressione pubblica che si traduce, di fatto, nel tentativo di dimostrare l’inettitudine altrui. Per difendere la propria posizione dalle mancanze dei sottoposti, l’autorità evidenzia pubblicamente l’errore altrui per riconfermare la propria immagine. Il nodo cruciale diventa l’onore che, per il superiore, si fa questione identitaria da preservare con ogni mezzo. Come suggerisce Schopenhauer: «L’onore è oggettivamente l’altrui opinione sul nostro valore e soggettivamente il nostro timore di quella» (A. Schopenhauer, Aforismi sulla saggezza del vivere, Bur Rizzoli, Milano 2016, p. 100).
Dall’esposizione mediatica, oggi istantanea e pervasiva, che sacrifica il collaboratore per un insuccesso pubblico, all’umiliazione del dipendente davanti ai colleghi, il meccanismo procede invariato. Strumentalizzare il fallimento altrui è un esercizio di autorità che Foucault, in Sorvegliare e punire, ci aiuta a decifrare. Il potere moderno agisce in modo disciplinare e discreto, attraverso valutazioni periodiche, riscontri strutturati, sistemi di obiettivi e metriche. Così, tale superiore ricade in una logica affine al teatro del supplizio premoderno: la sanzione è resa manifesta per ribadire l’autorità di chi comanda, sebbene manchino corpi martoriati e rituali giuridici.
Eppure, ciò non significa che la gerarchia sia priva di una sua funzione positiva: è una struttura necessaria. Il ruolo del responsabile — del dirigente, del direttore, del coordinatore — in molti casi contribuisce alla maturazione formativa di chi lavora o studia. Il loro operato, inoltre, implica responsabilità verso l’organizzazione e obblighi di rendiconto. Senza dover accogliere ogni esigenza, chi dirige può operare con correttezza, garantendo un esercizio del potere imparziale. E l’abuso della visibilità punitiva risulta allora più grave, poiché chi detiene un’autorità legittima e la esercita per gestire il proprio onore tradisce la funzione del ruolo e la persona. Tratti speculari si individuano nel docente che rimprovera o espone davanti al giudizio della classe lo studente per un’insubordinazione o una grave lacuna. La giustificazione ricorrente è il richiamo all’uguaglianza: lo si fa per dare una dimostrazione: “per me siete tutti uguali”. La punizione diviene così la messa in atto del principio “punirne uno per educarne cento”.
Se analizzassimo questa situazione secondo il filtro dell’etica kantiana, avremmo a disposizione degli strumenti per contestarla. Nella Fondazione della metafisica dei costumi, l’imperativo categorico prevede che l’essere umano debba essere considerato sempre un fine, e mai ridotto a mezzo. Kant non esclude la sanzione, ma è la sua esposizione strumentale a mettere in rilievo le criticità dell’agire di cui si discute. Che l’intenzione nasca da una riflessione o da un moto di vanità cambia il giudizio etico sulla persona; la struttura del gesto compiuto conserva, al contrario, la propria autonomia. Se elevato a regola universale, quest’ultimo si tradurrebbe in un ordine in cui l’individuo può essere sacrificato sull’altare della morale collettiva. Il superiore in questione, magari, non viola nessuna procedura scritta, ma agisce immoralmente, perché la massima implicita “usare una mancanza altrui per consolidare l’autorità” non regge alla luce dell’universalizzazione. L’errore del singolo diviene quindi un mero pretesto attraverso cui il suddetto docente, per esempio, si sottrae al compito edificante del dialogo privato. Così, la parità è legittima riguardo alle regole scritte e alle procedure formali; e svanisce, per contro, nel confronto diretto e pubblico, dove la sanzione perde ogni distacco.
In contesti di maturazione personale — come la scuola, lo sport o il mondo professionale — questa conflittualità fondata sull’onore e sul disagio non fa che minare la crescita dell’individuo. La punizione manifesta aggiunge alla sanzione formale, di per sé legittima, un insieme di impressioni soggettive non misurabili. L’interiorità del singolo, allora, si uniforma al modo di vedere del superiore, che estende la propria idea di uguaglianza alla collettività. Ebbene, dalla sintesi e dall’unione di questi elementi nasce l’equivoco dell’uguaglianza. Un principio giustificato con un’etica che la filosofia, in questo caso, non condivide. Può esistere un’autorità che sanzioni senza umiliare, davanti a un pensiero che, pur senza dare risposte, sa ancora sentire l’umanità?
Tommaso Di Sante
Studente liceale, si arrovella nell’indagine dell’inespresso, attraverso le letture che popolano la sua vita. Scrive per dar forma alle meditazioni che, come un basso continuo, scandiscono le sue giornate, nel tentativo di suscitarne altrettante.
NOTE
[Photo credit Jametlene Reskp via unsplash.com]