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Leone XIV e l’educazione come disegno di mappe di speranza

Lo scorso 28 ottobre è stata diffusa la lettera apostolica di Papa Leone XIV dal titolo Disegnare nuove mappe di speranza: un testo esortativo dedicato al tema dell’educazione cristiana. Vale la pena di leggere questo documento, perché, a mio avviso, contiene alcuni elementi filosoficamente rilevanti, primo tra tutti, il valore del pensiero classico rispetto alle odierne sfide della complessità. Scorrendo il testo, infatti, sembrerebbe emergere che, riscoprire quella che il Pontefice definisce «cosmologia della paideia cristiana» (Leone XIV, Disegnare nuove mappe di speranza, Paoline, 2025, p. 4), implichi oggi osservare il paradigma antropologico classico come via feconda per ripensare la stessa pratica educativa. Meritevole di attenzione a tal proposito è l’interessante nesso che vede il recupero di una dimensione integrale della persona umana in rapporto alla definizione dell’educazione come “disegno di mappe di speranza”. 

«La formazione cristiana – scrive il Pontefice – abbraccia l’intera persona: spirituale, intellettuale, affettiva, sociale, corporea» (ivi, p. 11).

Si tratta di un paradigma pedagogico che è in continuità con uno specifico modo di concepire l’educazione dell’essere umano che attraversa anzitutto l’età antica e medievale. In entrambe le declinazioni – che sia la cura dell’anima, secondo il modello socratico-platonico, o il raggiungimento dell’eccellenza della persona, secondo il modello dell’etica delle virtù proposto da Aristotele e ripreso a piene mani da Tommaso – vi è un costante motivo di fondo, orientato al perfezionamento dell’individuo e alla trasformazione della vita. 

La fioritura dell’essere umano come cura dell’anima è il senso dell’insegnamento di Socrate e Platone: un percorso di approfondimento, purificazione e trascendenza integrale della persona, chiamata ad assimilarsi al divino, esercitando non solo il pensiero ma anche il corpo. La ricerca della verità, inoltre, come spesso leggiamo nei dialoghi platonici, non consiste nella mera acquisizione di conoscenze, ma nella sperimentazione della “forza della dialettica”, ovvero della stessa fatica della pratica filosofica.
Anche il modello dell’etica delle virtù, orientato a plasmare i caratteri, presuppone un legame tra pensiero e corpo e si fonda sull’approfondimento della persona, pensata come dinamica e aperta al cambiamento. Aristotele, nell’Etica Nicomachea, ricorda che le virtù etiche – come il coraggio o la temperanza – in quanto disposizioni del carattere, devono essere esercitate attraverso il buon uso della saggezza pratica. Secondo il filosofo, l’essere umano è «pensiero desiderante e desiderio pensante» (Aristotele, Etica Nicomachea, Laterza, Roma-Bari 1999, p. 227) e questa definizione, sebbene sia funzionale alla descrizione della fioritura dell’individuo orientato all’agire pratico, in verità è il presupposto antropologico su cui si innesta anche l’attività contemplativa proprio perché essa è la forma di vita più alta che l’essere umano può raggiungere per essere felice. 

La pedagogia cristiana, innestandosi su tale paradigma, pensa l’educazione della persona non solo nella sua integralità, ma anche nella sua concretezza storica e sociale. Persino quando il sapere, nel tardo medioevo, cominciò a irrigidirsi nelle formule accademiche, non si rinunciò mai a trascurare la dimensione itinerante dell’educazione, si pensi agli Ordini Mendicanti (Francescani e Domenicani). Il Pontefice ricorda diverse testimonianze che hanno saputo rinnovare questo spirito pedagogico, affrontando le sfide che via via si ponevano nel corso della storia, unendo pedagogia e lotta alle ingiustizie sociali. Si pensi ai Gesuiti nel Seicento, San Giovanni Bosco nell’Ottocento, Giuseppina Backita e Maria Montessori, in età contemporanea, solo per citare i nomi più noti. Una «genealogia di concretezza» che testimonia che «la pedagogia non è mai teoria disincarnata, ma carne, passione e cuore» (Leone XIV, op. cit., p. 8).  

Concludendo, la Lettera apostolica di Leone XIV, mostra come il pensiero cristiano, in sinergia con il pensiero classico, proprio partendo da una dimensione integrale e dinamica dell’essere umano, può diventare oggi un’alterativa a un modello educativo che, pur avendo riscoperto un’antropologia complessa, spesso tende a ridurre la persona a un profilo di competenze. Indicativo a tal proposito mi sembra il senso dell’educazione che, secondo il Pontefice, consiste nel «disegnare nuove mappe di speranza» (ivi, p. 23). Si tratta di una definizione non affatto neutra, specie se riletta alla luce delle nostre riflessioni. Il filosofo cristiano Gabriel Marcel sosteneva che «la speranza è il tessuto della nostra anima» (Gabriel Marcel, Il Mistero dell’Essere, Borla, Roma 1987, p. 327). Essa richiama anzitutto quell’apertura costitutiva della persona, quel bisogno di trascendenza e di superamento di sé.  Ma se l’educazione non è altro che approfondimento dell’essere umano nella sua integralità – corpo e anima, ragione e cuore, materia e spirito – , e la speranza definisce tale sua dinamicità, allora “disegnare mappe di speranza” è davvero un invito a ripensare l’educazione non come mera trasmissione di conoscenza, ma anzitutto come lavoro di fioritura della persona in quanto apertura e trascendenza costitutiva.

 

NOTE
[Photo credit Nick Fewings via unsplash.com]

 

Giovanni Citrigno
È laureato in Scienze Filosofiche presso l’Università della Calabria. È docente a contratto di Filosofia Antica e Medievale e Filosofia Teoretica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Rende, Cosenza (Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli). 

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