Nel saggio Frammenti di un discorso amoroso (Éditions du Seuil 1977) Roland Barthes riproduce il discorso di un impersonale soggetto amoroso, frammentandolo in raffinate riflessioni che turbinano nella testa dell’innamorato: questi monologa innanzi al lettore senza mai ricongiungersi con la persona amata. I suoi monologhi costituiscono altrettante rappresentazioni delle figure in cui si esprime, dapprima emotivamente e dunque linguisticamente, l’amore. Secondo il semiologo francese – come si legge nell’introduzione –, queste figure possono dirsi tali solo in quanto riconoscibili dai lettori. Sebbene Barthes scrisse il saggio negli anni ’70, oggi è ancora possibile riconoscere le figure in cui si concreta il suo discorso amoroso: ciò si deve in larga parte al fatto egli ha realizzato il proprio lavoro servendosi, tra l’altro, di rappresentazioni culturali del sentimento amoroso che costituiscono patrimonio comune: su tutte, la figura del Werther di Goethe, archetipo dell’amore-passione. In ogni caso, è indubbio che le figure di Barthes vacillano se trasposte nell’attuale società digitale. Esiste ancora l’angoscia dell’attesa, per cui l’amato «se ne st[a] seduto in una poltrona con il telefono a portata di mano, senza far niente» (R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino 2014, p. 41)? Gli smartphone e la connessione permanente che essi consentono hanno sostituito alla sofferente attesa l’assertiva pretesa. C’è qualcuno che ancora tollera di domandarsi «che cosa farà l’altro del [suo] desiderio» (ivi, p. 63), quando le app di dating promettono – e, per il proprio successo commerciale, devono in una certa misura garantire – la realizzabilità dei desideri sentimentali? E come provare quel «piacere narrativo» (ivi, p. 110) che consiste nello scoprire progressivamente affinità e complicità quando le stesse app di dating informano preventivamente l’Altro delle nostre abitudini, passioni e tendenze?
Sotto la figura dell’esuberanza Barthes scrive che Werther incarna «l’economia perversa della dispersione, dello spreco e del furore» (ivi, p. 84), la quale si contrappone all’economia borghese dell’accumulo, personificata dal rivale in amore Alberto: quest’ultimo è un abile calcolatore, mentre il primo non compie alcun calcolo e, ammesso pure che lo compia, ignora l’idea di guadagno. Nella nostra realtà neoliberale il paradigma di Alberto non ha decisamente soppiantato quello di Werther? Essere Werther al giorno d’oggi non conviene. Non v’è posto per l’economia del dono nei rapporti amorosi contemporanei: Barthes scrive che la scenata d’amore, cioè il dichiarare ciò che si dona all’Altro, muta il significato del dono: la dispersione silenziosa cede il passo all’offerta o al sacrificio in cambio di qualcosa. La vita di coppia viene così contabilizzata e il pericolo è di rimanere intrappolati in una spirale di recriminazioni e litigi, suscettibili di esplodere in violenza.
Se i social media consentono di instaurare relazioni sentimentali lasche e disfacibili in qualunque momento senza apparente dolore, giurarsi fedeltà può portare a pretendere l’un l’altro una dedizione «assoluta, di natura indiscutibilmente mistica e religiosa» (P. Godani, La vita comune, DeriveApprodi, Roma 2016, p. 66), con il rischio di esporsi proprio a recriminazioni, scenate e litigi. Il filosofo Paolo Godani ritiene che vivere in una società atomizzata e al contempo massificata come la nostra ci ha resi sì isolati gli uni dagli altri, ma ha anche incrementato le qualità comuni agli esseri umani e dunque la possibilità di riconoscerci e identificarci gli uni negli altri, onde maturare e coltivare affetti significativi ed equilibrati. Godani invita a riflettere sulla casualità dell’incontro, cioè non tanto sul fatto che qualsiasi persona è fungibile con ogni altra quanto sulla circostanza che «molte altre persone condividono necessariamente i tratti che si amano in quella sola» (ivi, p. 67). Proprio i social, in particolare quelli dedicati agli incontri, ci consentono di scoprire a colpo d’occhio che un gran novero di persone presentano qualità, interessi e tratti che stimiamo e amiamo: dunque, se non usiamo le piattaforme digitali come un supermercato, esse possono aiutarci a costruire relazioni positive, coinvolgendo nella nostra vita persone che altrimenti ne rimarrebbero fuori. Il valore di tali relazioni consisterà non tanto (o non solo) nella loro durata ed esclusività, quanto nei dialoghi e nelle azioni cui daranno vita.
In definitiva, la strada percorribile è quella – come dichiara Barthes in un’intervista successiva al saggio nell’edizione italiana – di lasciar circolare il desiderio, di non sequestrare la persona amata come se fosse un oggetto: oggettificarla vorrebbe dire non solo spersonalizzarla, ma anche renderla l’essere umano per eccellenza, imparagonabile agli altri. E con ciò si negherebbe proprio il riconoscimento di quelle qualità comuni a tutti gli esseri umani sulla base del quale instaurare legami affettivi più sani.
NOTE
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Antonio Semproni
Classe 1988, suoi contributi culturali sono apparsi su “La Fionda”, “L’AntiDiplomatico”, “Sinistrainrete” e sulla rubrica di cinema de “La Seppia”. Attualmente è editor per la rivista letteraria “L’Equivoco”. I suoi ultimi libri sono la raccolta di poesie Mercati & Mercati (Transeuropa 2022) e la raccolta di racconti Supermercato h24 (Digressioni 2024). È convinto che sia opportuno riflettere sulla complessità degli spazi che abitiamo e delle strutture che ci condizionano, ma anche che, per realizzare un mondo più giusto, questi dibattiti debbano essere condotti orizzontalmente e in una cornice comunitaria.