«Il pendolo mi diceva che, mentre tutto si muoveva, c’era in qualche luogo dell’universo un punto fisso» (U. Eco, Il pendolo di Foucault, Bompiani, Milano 1988, p. 9).
Inizia così la folgorante intuizione di Umberto Eco ne Il Pendolo di Foucault, un romanzo che è diventato la mappa definitiva per orientarsi nei labirinti della paranoia contemporanea. In un mondo che ci appare sempre più caotico, frammentato e privo di una direzione chiara, l’essere umano cerca disperatamente il suo pendolo: un punto d’appoggio, un centro di gravità che dia un senso al disordine. È proprio in questa voragine di incertezza che le teorie del complotto e le fake news mettono le radici, fiorendo con una persuasività che la logica, da sola, non riesce a smantellare.
Perché persone intelligenti e razionali finiscono per credere che la Terra sia piatta, che i vaccini nascondano microchip di controllo o che un’élite di vampiri governi il mondo? La risposta non risiede in un deficit di intelligenza, ma in un eccesso di bisogno. Lo psicologo Rob Brotherton ci ricorda che, a volte, «convincersi dell’esistenza di un complotto è semplicemente l’equivalente cognitivo di scorgere un senso nella casualità» (R. Brotherton, Menti sospettose, Bollati Boringhieri, Torino 2015, p. 15). Da questo punto di vista ogni teoria del complotto non è che la risposta alla nostra voglia di spiegare praticamente tutto ciò che accade nel mondo come se fosse una piccola tessera di un puzzle molto più grande. Il caso ci terrorizza: l’idea che una pandemia globale possa nascere dal salto di specie di un virus in un mercato remoto è, psicologicamente, inaccettabile. Preferiamo di gran lunga un “cattivo” al comando: un laboratorio segreto, un piano orchestrato. Se c’è un colpevole, c’è un ordine.
Il bisogno di una spiegazione razionale si unisce al bisogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande e alla costruzione della propria identità. In quest’ottica le teorie del complotto non vanno lette come storie assurde alimentate da fake news oggettivamente false, ma come «fatti sociali reali all’interno di un gruppo di riferimento» (G. Riva, Fake News, Il Mulino, Bologna 2018, p. 34) che si rivela essere impermeabile a opinioni e visioni differenti. Le teorie del complotto diventano ciò che Giuseppe Riva chiama fatti social situati, ovvero eventi la cui verità «è determinata in maniera implicita attraverso la condivisione di un common ground, di una conoscenza condivisa tra i membri della rete» (ivi, p. 63). Di fatto, coloro che credono nelle teorie del complotto più disparate si sentono difensori e portatori di una verità più grande, di una trama nascosta che aspetta solo di essere svelata e rivelata. Questo genera una vera e propria dipendenza cognitiva: il complottista si sente un eroe, un investigatore privato in un mondo di pecore addormentate che ha il compito di svegliare. Condividere una teoria sui vaccini o sui poteri forti non è (solo) un atto di informazione, è un simbolo di appartenenza: le teorie del complotto sono il tentativo di trasformare l’incertezza in un piano, il caso in un’intenzione. Ecco perché liquidare i complottisti come semplici “creduloni” è un errore fatale, soprattutto nell’epoca dell’iper-narrazione portata dai social media e dai mezzi di comunicazione contemporanei.
Le teorie del complotto fanno presa sulle persone perché offrono storie migliori rispetto a quelle della scienza o della politica. Che si tratti della teoria della Terra piatta, dei microchip nei vaccini o delle intricate reti esoteriche dietro i file di Jeffrey Epstein, il meccanismo è lo stesso: il complottista vede sempre oltre la superficie e quanto più banale sembra l’evento tanto più profondo è il segreto perché quello che Eco chiama “Il Piano” «non ha bisogno di prove ma solo di connessioni eleganti. Più la spiegazione è complicata e abbraccia secoli di storia, più sembra vera» (op. cit., p. 322).
NOTE
[Photocredit Samuel Regan Asante via unsplash.com]