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Muraro

Esserci, pensarsi e dirsi. La prospettiva femminista di Luisa Muraro

Luisa Muraro è stata. Dovrebbe iniziare così un contributo che parli di Muraro pensatrice femminista, mancata il 13 giugno di quest’anno. Perché esserci, per Muraro, non era un mero fatto esistenziale, ma una categoria ontologica, relazionale e politica. L’esserci in prima persona, o esserci davvero, significava per Muraro vivere e pensare in presenza, radicando il pensiero nell’esperienza del corpo, della realtà, dell’imprevisto concreto che scardina qualsiasi astrazione ideologica.

Muraro è stata davvero e ci ha lasciato un’eredità filosofica immensa nella sua portata di significato; così radicata nell’esperienziale da non risultare conclusa, piuttosto in fieri, come la vita stessa, che muta, fluisce e porta sempre altrove. Un’eredità affatto semplice da gestire, con aspetti scomodi; ma sono proprio questi tratti incomodi a renderla autentica, in quanto non è pensiero astratto, da mettere in vetrina e che sa già di vecchio, ma riflessione viva da coltivare.

La vita ha fatto sì che poco dopo la scomparsa di Muraro, uscisse un libro a lei dedicato: Come quando si accende la luce, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi (Mimesis, Milano 2026), le quali con Muraro hanno lavorato, pensato e vissuto. Nel testo si trovano i contributi presentati al convegno organizzato in onore della filosofa, presso l’Università Cattolica di Milano, a settembre 2025. Per chi non la conosce, non sa del suo enorme apporto al pensiero femminista e alla Filosofia della Differenza, e si spaventa nel constatare la grande quantità di produzione bibliografica dell’autrice, questo testo potrebbe essere un buon punto di partenza.

Non è intenzione del presente articolo proporre una sintesi del pensiero di Muraro: sarebbe inutile e alquanto pretenzioso. Ci si soffermerà invece su due tematiche toccate dalla filosofa che chi scrive ritiene essere due punti che aiutano a illuminare, riprendendo il titolo del libro, questioni alquanto urgenti della nostra attualità: il linguaggio e la violenza.

«Quello di Luisa Muraro è un pensiero politico, non solo perché è in sintonia con le pratiche femministe che danno valore all’esperienza soggettiva per criticare il simbolico dominante e indicare un orientamento all’agire condiviso, ma in particolare perché – sull’impulso di queste pratiche – ha desiderato mostrare le condizioni di un pensiero femminile libero lavorando sulle categorie simboliche del linguaggio» (ivi, p.10).

Muraro ha sempre prestato attenzione ai nessi tra pensiero, linguaggio e politica, in quanto il pensiero parte dal soggettivo per diventare pubblico attraverso il linguaggio. Ma cosa succede se nella realtà culturale non si trova un linguaggio adatto? Cosa succede se il linguaggio strutturato da un ordine patriarcale, per esempio, non corrisponde all’esperienza soggettiva del femminile?
Muraro ha portato spesso a ragionare su «l’oscura fatica delle donne di incollare le cose alle parole» (ivi, p.11), quasi che per le donne il processo del dire vada in senso contrario, ovvero esse siano costrette a cercare in ciò che già c’è, delle parole che possano tradurre la loro soggettività. Ciò è possibile perché, secondo Muraro, le cose frequentano le parole e viceversa. Questa consapevolezza offre finalmente alle donne la possibilità di smettere di pensarsi sotto il segno della perdita, del vuoto sofferto, e partire dal corpo sessuato, dalle pulsioni, dall’esperienza del femminile per dirsi, a loro modo.

La filosofia di Muraro è per forza filosofia femminista, perché fare filosofia è tenere insieme lingua, cose e mondo. È, per la pensatrice donna, esserci in prima persona e con tutta se stessa, ribaltando la prospettiva che il linguaggio sia una costruzione umana di fronte alla quale i corpi rimangono neutri, studiati e manipolati. «Il partire da sé, consente di mettere a fuoco quei preziosi saperi femminili, così a lungo misconosciuti, e di realizzare modalità inconsuete di stare al mondo, lontane dalle prassi maschili, autoritarie e violente» (ivi, p.121).

La violenza, la forza e il potere, secondo Muraro sono per loro natura mancanza di parola, e il loro attuale impossessarsi della scena politica internazionale è segno della crisi simbolica maschile e del paranoico senso di onnipotenza dell’ordine dominante. Il simbolico maschile si sta sgretolando, grazie all’aumento dei contributi del sapere femminile. Quello che vediamo è un triste tentativo di mostrarsi come verità ultima e unica – che ha l’effetto di creare, purtroppo, un clima di impotenza – un sentimento diffuso: che non si possa fare nulla per cambiare ciò che accade. Eppure Muraro ricordava, ed è questa una delle sue geniali intuizioni, che «Eraclito diceva che polemos, la guerra, è il padre di tutte le cose e di tutto è re. Ma noi veniamo da madre» (ivi, p.46).

 

NOTE
[Photo credit Han Chenxu via unsplash.com]

Laura Cappellazzo

Laura Cappellazzo

Curiosa, irrequieta, irrimediabilmente naïf

Sono Laura Cappellazzo e dopo vari giri per il mondo, ho messo radici a Oderzo con la mia famiglia: un marito, quattro figli, una tartaruga e un gatto. Sono laureata in Scienze dell’Educazione, diplomata in Counselling sistemico, ho un Master in Relazioni interculturali e Gestione dei conflitti. Ho lavorato come educatrice con minori e donne in situazioni […]

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