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“Cattedrale” di Carver, o del senso di essere insegnanti

Quest’anno scolastico, come molti dei miei colleghi, mi sono ritrovata a fare i conti con una domanda che riaffiora con insistenza nelle conversazioni tra insegnanti: a cosa serviamo, se gli studenti pensano di poter imparare tutto da ChatGPT? È una domanda che sottende molte questioni pragmatiche ed epistemologiche, concrete ed esistenziali. L’ingresso dell’intelligenza artificiale nella pratica didattica è stato così fluido e rapido da precedere qualsiasi forma di riflessione preventiva, lasciando molti docenti con un senso di disorientamento, come se qualcosa di essenziale fosse stato sottratto, senza che avessimo ancora le parole per dirlo. Desidero soffermarmi su uno solo degli aspetti che si diramano da questa complessa questione: qual è la cifra propria della relazione insegnante-allievo che non può essere rimpiazzata dal precipitoso innesto delle intelligenze artificiali in ambito scolastico? Facendo tesoro della lezione fenomenologica, potremmo dire che lo specifico in questione è essere individui unici e irripetibili, imperfetti e corporei: essere persone che si incontrano.

Una metafora che illumina in modo commovente questo incontro è il racconto Cattedrale di Carver. Il protagonista è un uomo chiuso, cinico, incapace di comunicare davvero: ancorato ai propri pregiudizi, convinto che la cecità del suo ospite Robert, vecchio amico della moglie, sia un limite invalicabile. Una sera lui, la moglie e Robert si ritrovano casualmente davanti a un documentario sulle cattedrali gotiche; Robert, cieco, chiede al protagonista di descrivergliene una. Lui, con disagio e goffaggine, ci prova ma non trova parole efficaci, sente di fallire. Egli viene così a patti con la propria inadeguatezza di fronte all’altro. Il protagonista così ammette: «Il fatto è che le cattedrali non significano niente di speciale per me. Niente» (R. Carver, Cattedrale, Einaudi, Torino 2014, p. 224). Molti insegnanti, come il protagonista, conoscono la sensazione di non sentirsi efficaci, percependosi disarmati di fronte alla complessità di una classe di persone e rivelando a se stessi la propria fragilità. A tale imperfezione soggiace una domanda cruciale: cosa davvero si può insegnare? Con quali parole e con quali silenzi? La dichiarazione del protagonista di Cattedrale porta a una possibile riposta: si può insegnare solo ciò che si è interiorizzato davvero, solo ciò che rappresenta un nucleo di senso. 

Proseguendo nel racconto, avviene un ribaltamento. Robert propone qualcosa di inatteso: disegnare insieme una cattedrale su un foglio di carta. Il cieco mette la sua mano sopra quella del protagonista e gli dice: «Disegna. Io ti vengo dietro» (ivi, p. 225). Così il corpo e i gesti diventano i nuovi protagonisti di questo racconto-metafora, illuminando ancora meglio ciò che dà senso e valore alla relazione tra insegnante e studenti. Nella condivisione di un gesto, nel corpo del cieco che guida la mano del vedente, qualcosa si sposta nella percezione del protagonista, che si lascia andare ed entra nel flusso del momento: comincia ad aggiungere dettagli, non riesce più a smettere. Poi Robert gli chiede di chiudere gli occhi e continuare a disegnare e lui si affida a quelle parole, rimane nel gesto. Il protagonista, con gli occhi chiusi, smette di essere il vedente che spiega al cieco, smette di essere il padrone di casa, smette di preoccuparsi della sua performance. Nella relazione fondata su gesti, silenzio e presenza focalizzata avviene il miracolo dell’apprendimento, che è creazione soprattutto di uno spazio interiore fertile, uno spazio tanto dell’allievo quanto del maestro

«E così abbiamo continuato. Le sue dita guidavano le mie mentre la mano passava su tutta la carta. Era una sensazione che non avevo mai provato prima in via mia. Poi lui ha detto: Mi sa che ci siamo. Mi sa che ce l’hai fatta,ha detto. […] Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non stare dentro a niente» (ivi, p. 226).

Quel niente è lo spazio della relazione tra maestro e allievo ed è anche lo spazio che il maestro crea affinché qualcosa nasca nella mente e nel cuore dell’allievo. Chi insegna non riempie, non attua una performance: porta se stesso, il proprio sapere imperfetto e la propria esperienza unica e poi arretra, affinché l’altro possa compiere il proprio cammino. È precisamente questa cifra, incarnata, incompleta, biunivoca, ciò che l’intelligenza artificiale non può riprodurre. Non perché manchino le informazioni o l’efficienza: perché manca il corpo. Manca la mano sulla mano, manca il fallimento condiviso, manca il silenzio di due persone che insieme cercano qualcosa che ancora non sanno nominare.

 

NOTE
[Photocredit Vitaly Gariev by Unsplash]

Maria Chiara Pelosi

Maria Chiara Pelosi

irrequieta, sensibile, perseverante

Sono nata a Cremona nel 1992, nella nebbia bianca di gennaio. A Cremona vivo e insegno in una scuola superiore. A tredici anni ho letto Il mondo di Sofia e ho deciso che avrei studiato filosofia: mi sono laureata all’Università Cattolica con una tesi su Albert Camus e all’Università di Torino con una tesi su […]

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