«Ciò che non mi uccide, mi rende più forte» (F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, Adelphi, Milano 2008, p. 35).
Nietzsche considera il dolore uno strumento di crescita. Tuttavia, questa prospettiva solleva un interrogativo: tutte le sofferenze ci rendono davvero più forti? Esistono esperienze che sembrano spezzare anziché rafforzare, lasciando ferite che non producono alcun progresso evidente. Quando soffriamo, siamo costretti a fermarci. Ci tocca fare i conti con noi stessi. Pensiamo a una malattia: essa interrompe il corso della vita e ci obbliga a confrontarci con la nostra parte più vulnerabile. A volte scopriamo che nessuno può sostituirci. Possiamo chiedere a qualcuno di svolgere il nostro lavoro, di custodire i nostri ricordi o perfino di prendere decisioni per noi. Quando soffriamo, però, ogni sostituzione diventa impossibile. Nessuno può attraversare il nostro dolore al posto nostro. Forse è proprio da questa solitudine che nasce il carattere insostituibile del dolore. Il valore del dolore non risiede nei risultati che genera, ma nel fatto che ci costringe a confrontarci con aspetti di noi stessi che normalmente preferiremmo ignorare.
Eppure, nella società contemporanea, tendiamo all’evitamento del dolore. Lo anestetizziamo con farmaci, lo copriamo con distrazioni, lo nascondiamo con post su Instagram. Ma siamo davvero sicuri che il dolore sia soltanto un inconveniente da cancellare? Ma se il dolore è così universale, perché al tempo stesso ci sembra così intimo e insostituibile? Il dolore è l’esperienza più personale e più condivisa dell’umanità. Ed è proprio questa sua unicità a renderlo una possibile occasione di crescita e incontro con gli altri. «Soffrire è il solo modo per sapere di essere vivi» (E. Cioran, Squartamento, Adelphi, Milano 1983, p. 65). L’affermazione di Cioran può apparire estrema, ma coglie un aspetto significativo dell’esperienza umana. Se il dolore interrompe gli automatismi della vita, allora la sua insostituibilità dipende anche dal fatto che nessuno può prendere il nostro posto in questo confronto con noi stessi. È un’esperienza che ci espone alla nostra fragilità in modo radicalmente personale, sottraendoci alle maschere e ai ruoli che abitualmente indossiamo.
Ma riconoscere il dolore non significa ancora comprenderlo. Una sofferenza può essere vissuta senza che da essa emerga alcun significato. È proprio questo il punto sollevato da Frankl: ciò che conta non è il dolore in sé, bensì la risposta che scegliamo di offrirgli: «La vita ha un senso in ogni momento, anche nel dolore. Il nostro compito è trovarlo» (V. Frankl, All’ombra del vivo, San Paolo, Alba 2017, p. 120). La riflessione di Frankl non invita a glorificare la sofferenza. Al contrario, ne riconosce tutta la durezza. Quando non possiamo cambiare una situazione, possiamo comunque scegliere come interpretarla. Così, il dolore può diventare un’occasione di riflessione e di crescita. Inoltre, la sofferenza è relazionale: se non possiamo soffrire al posto degli altri, possiamo però accompagnarli e sostenerli nella loro esperienza.
L’insostituibilità del dolore non genera dunque isolamento, bensì relazione. È proprio perché non possiamo abitare completamente l’esperienza dell’altro che siamo chiamati all’ascolto. La vulnerabilità condivisa ci accomuna. Eppure, la società contemporanea sembra avere sempre meno tempo per questa elaborazione. Bauman osserva che, in un mondo caratterizzato da legami fragili e temporanei, anche la sofferenza rischia di diventare “liquida”: «In un mondo di relazioni effimere, anche il dolore diventa effimero» (Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2022, p. 110). Siamo costantemente incoraggiati a superare rapidamente ogni ferita, come se il tempo necessario a elaborarla fosse una debolezza anziché una necessità. Ma ciò che viene semplicemente rimosso difficilmente può trasformarsi in esperienza e consapevolezza. Forse abbiamo sbagliato domanda per tutto questo tempo. Non dovremmo chiederci a che cosa serva il dolore, ma perché siamo così ossessionati dall’idea che debba servire a qualcosa. «Andrebbe incoraggiata un’educazione al dolore, perché fin troppo spesso del dolore si ha un’unica idea, quella di una condanna ineliminabile» (U. Eco, Riflessioni sul dolore, La nave di Teseo, Milano 2025, p. 1). Educarsi al dolore non significa esaltarlo o ricercarlo, ma riconoscere che alcune esperienze non possono essere delegate. L’insostituibilità del dolore non consiste nel fatto che esso ci renda necessariamente migliori: esistono sofferenze che non insegnano nulla e ferite che non trovano alcuna giustificazione. Essa risiede piuttosto nel fatto che nessuno può attraversarle al posto nostro. Proprio per questo il dolore ci mette di fronte alla nostra singolarità e, allo stesso tempo, alla vulnerabilità che condividiamo con gli altri. Il dolore non è una lectio magistralis da apprendere, ma la vita stessa che ci ricorda, ogni volta, cosa significa essere umani.
NOTE
[Photo credit Hailen Kean via splash.com]
Iolanda Avantaggiato
Nata a Taranto nel 1995, coltiva sin da giovane una spiccata inclinazione verso la crescita personale e professionale. Dopo il liceo si trasferisce a Roma, città che sceglie come punto di partenza per ampliare i propri orizzonti. Attualmente lavora nel settore assicurativo, coniugando estrema dedizione e una naturale propensione all’apprendimento continuo, alimentata da studi ed esperienze internazionali. Appassionata di scrittura, considera le parole strumenti di comunicazione e comprensione, capaci di arrivare esattamente là dove la voce, da sola, non basta.