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La magia liberatoria della catarsi

La sala è piena, le luci si spengono e si alza il sipario. Immersi nell’oscurità riusciamo, per un tempo più o meno lungo, a dimenticare ogni cosa di noi stessi, dei nostri problemi quotidiani, dei doveri e delle scadenze e perfino, in qualche caso, del luogo vero e proprio in cui siamo. Il posto fisico è un teatro, piccolo o grande non fa differenza, con tutta la sua materialità fatta di elementi tangibili in alcuni casi molto semplici, quasi spartani, in altri raffinati ed eleganti. Un posto che per alcuni può essere familiare, per altri rappresentare una prima volta ma l’esperienza che ci accingiamo a fare accomuna tutte queste cose diverse tra loro in qualcosa di unico e magico. Infatti la percezione che possiamo provare nel momento in cui comincia lo spettacolo e ci abbandoniamo a esso, facendoci trasportare, è di essere altrove, in un mondo che non ha confini fisici né materialità, fino a farci sembrare di essere realmente dentro la rappresentazione stessa che scorre sotto i nostri occhi. Non solo, l’esperienza dello spettatore di teatro, in particolare, può portare a una immedesimazione molto intensa in uno dei personaggi sul palcoscenico. Magari ci ritroviamo a parteggiare per l’uno o per l’altro, gioiamo e, molto spesso, ci commuoviamo fino alle lacrime; quando tutto finisce e le luci si riaccendono, possiamo sperimentare uno strano sollievo interiore, una forma di catarsi.

Il termine catarsi è di origine greca e ha radici molto lontane. Nella religione greca, nella filosofia pitagorica e in quella platonica stava a indicare sia il rito della purificazione che la liberazione dell’anima dall’irrazionale. In medicina il termine designava una terapia per liberare l’organismo da elementi tossici e ristabilire l’equilibrio. È, però, soprattutto l’interpretazione che ne dà Aristotele – trattandola in relazione alla tragedia, in cui phobos ed éleos (timore e compassione) devono essere in equilibrio tra loro senza che si ecceda né con l’uno né con l’altro sentimento – a essere quella più nota e dibattuta. Per il filosofo «Tragedia […] è mimesi di un’azione seria e compiuta in se stessa, con una certa estensione in un linguaggio abbellito di varie specie di abbellimenti, ma ciascuno a suo luogo nelle parti diverse; in forma drammatica e non narrativa; la quale, mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni» (Aristotele, Poetica, 6, 1449 b 24-28). È possibile che Aristotele vedesse in quella liberazione operata dall’arte – e, in particolare, dalla tragedia – non solo qualcosa che noi oggi potremmo chiamare “piacere estetico” ma anche una complessa operazione messa in atto dalla mente umana che lascia all’arte la possibilità di farci “scaricare”. Così facendo, essa potrebbe aiutare liberarci, tanto che non è affatto inusuale sentirsi mentalmente e fisicamente meglio dopo aver assistito a uno spettacolo teatrale. 

L’eccezionalità di questa sensazione benefica ha fatto sì che il concetto di catarsi abbia attraversato lo spazio e il tempo e sia arrivato anche in psicologia e psicoterapia, tanto che Sigmund Freud e Joseph Breuer (fisiologo e medico austriaco, nato a Vienna nel 1842 e che contribuì insieme a Freud alla nascita della psicoanalisi) chiamano proprio “metodo catartico” la liberazione di emozioni in pazienti con ansia, grazie al recupero di pensieri o ricordi. L’esperienza della catarsi, che tutti noi possiamo sperimentare attraverso l’arte nel senso più ampio del termine, porta anche a pensare alla cosiddetta sospensione dell’incredulità o sospensione del dubbio, espressione coniata dal poeta, critico letterario e filosofo britannico Samuel Taylor Coleridge nel 1817 anche se il concetto era conosciuto da ben prima. Lo spettatore accetta volontariamente, seppure solo temporaneamente, che in scena accadano cose pressoché impossibili nella realtà, o comunque lontane dalla realtà quotidiana, eppure, appunto, siamo volontariamente pronti a sacrificare il realismo in nome di un’immersione totale nell’opera che ci stiamo godendo e questo è vero anche, ad esempio, per i lettori. Quando leggiamo (soprattutto determinati generi letterari) in effetti, accade qualcosa di analogo: ci dimentichiamo, per il tempo dedicato alla lettura, della realtà e ci lasciamo trasportare nel regno della fantasia dove tutto è possibile. Questa immersione, quindi, che sia letteraria, teatrale, cinematografica o relativa a un altro tipo di arte ci consente davvero di prenderci una pausa salvifica dalla realtà di tutti i giorni, allontanandoci e proteggendoci, almeno per un po’, dalle preoccupazioni quotidiane. In un mondo che ci chiede costantemente attenzione e razionalità, l’esperienza della catarsi ci ricorda il valore di fermarsi e sentire, donandoci la possibilità di concederci una pausa che può permetterci di tornare alla realtà con uno sguardo più consapevole.

Veronica Di Gregorio Zitella

Veronica Di Gregorio Zitella

curiosa, determinata, sognatrice

Sono laureata in Lettere e Filosofia e tutto il mio percorso accademico si è svolto alla Sapienza di Roma dalla triennale al Master in Editoria, giornalismo e management culturale e le mie più grandi passioni sono la filosofia, la lettura e la comunicazione; dalla fine del 2018 mi occupo di social media e comunicazione digitale […]

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