Il tempo, quel bene sfuggente che percepiamo costantemente in fuga, è un enigma che da millenni interroga la filosofia. Spesso lamentiamo la sua mancanza, lo sentiamo come un vincolo esterno e tirannico, scandito dall’orologio e da una linearità inesorabile. Eppure, la grande lezione di pensatori come Sant’Agostino (354 d.C-430 d.C.) e Henri Bergson (1859-1941) ci invita a capovolgere questa prospettiva: il tempo che crediamo di non avere, o che temiamo di perdere, risiede in realtà dentro di noi, nella dimensione più profonda e dinamica della nostra coscienza. È qui, nella nostra interiorità, che si cela la possibilità non solo di percepirlo diversamente, ma di recuperarlo e di dare una nuova forma alla sua durata. La tesi fondamentale di questa riflessione è che il tempo non possieda una durata oggettiva e assoluta, ma la sua estensione sia relativa al nostro modo di viverlo. Questa relatività non è solo una vaga impressione psicologica, ma una profonda verità ontologica, come dimostrato dai nostri due filosofi.
Sant’Agostino, nell’XI libro delle Confessioni, pone il celebre paradosso:
«Che cosa è, allora, il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so. […] Passato e futuro: ma codesti due tempi in che senso esistono, dal momento che il passato non esiste più, che il futuro non esiste ancora?» (Agostino d’Ippona, Confessioni, BUR, Milano 2020, p. 320).
Dopo aver smontato l’esistenza oggettiva del passato (che non è più) e del futuro (che non è ancora), il vescovo di Ippona conclude che il tempo risiede in una distensione dell’anima1. I tre tempi esistono solo come presente del passato (la memoria), presente del presente (l’attenzione) e presente del futuro (l’attesa). È l’anima, con la sua tensione e il suo sguardo, a misurare la durata, a distendersi tra il ricordo e la previsione, rendendo il tempo una modalità del vivere prima che una realtà esterna.
Secoli dopo, Henri Bergson riprende e radicalizza questa intuizione con il concetto di durée. Egli distingue nettamente il tempo spazializzato, il tempo della fisica, fatto di istanti omogenei, misurabili e successivi, dal tempo della coscienza:
«La durata assolutamente pura è la forma assoluta della successione dei nostri stati di coscienza quando il nostro io si lascia vivere, quando si astiene dallo stabilire una separazione fra lo stato presente e quello anteriore» (H. Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza, in Opere 1889-1896, Mondadori, Milano 1986, p. 59).
La durata è quindi un flusso continuo, eterogeneo e ininterrotto, in cui gli stati di coscienza si fondono l’uno nell’altro come le note di una melodia. In essa, il passato non scompare, ma si accumula e compenetra, rendendo ogni esperienza unica e irripetibile. Per Bergson, ogni tentativo di suddividere questo flusso lo traduce in spazio, tradendo la sua essenza dinamica.
Se il tempo è una distensione dell’anima e una durata coscienziale, allora la sua esperienza può essere dilatata e recuperata attraverso la nostra consapevolezza. Non siamo semplici spettatori passivi del suo scorrere, ma co-creatori della sua durata.
Possiamo dilatare un evento in tanti modi. Con l’attesa, per esempio. Attendere con intensità un fatto futuro non è semplicemente sopportare un intervallo, ma vivere anticipatamente quell’evento. L’aspettazione carica il tempo di significato e lo estende oltre i limiti della sua mera scansione cronometrica. Poi arriva l’esperienza: vivere pienamente l’evento con attenzione, come suggerisce Agostino, significa massimizzare la durata cosciente dell’istante. L’attenzione è ciò che impedisce al presente di ridursi a un punto senza estensione, trasformandolo in un luogo di pienezza. Infine il ricordo. Ricordare un evento non è solo rievocarlo, ma re-integrarlo nel presente. Il ripensamento non è tempo perso, è la durata stessa che si accumula e si conserva. L’atto della memoria rinnova e prolunga l’esistenza dell’evento, salvandolo dall’oblio del tempo lineare.
Questa concezione rompe con la tirannia della linea retta, introducendo una dimensione di circolarità e ritorno. Pensiamo per esempio al ciclo mestruale della donna: un archetipo di tempo che non procede solo in avanti, ma ritorna, si ripete e scandisce l’esistenza con un ritmo proprio, biologico e interiore, dimostrando che il tempo vissuto può essere fatto di ritorni che non sono identici, ma che, come la durata bergsoniana, accumulano in sé le esperienze precedenti, creando una novità a ogni ciclo.
Il tempo che ci manca, dunque, quello che percepiamo come insufficiente o troppo veloce, è spesso il tempo esteriore, misurato e spazializzato dalla scienza. Il vero tempo, la durata, è inesauribile perché si rinnova e si conserva in ogni atto di memoria, attesa e attenzione. Il recupero del tempo non è un’operazione magica, ma un ritorno consapevole all’anima. È lì, nella nostra coscienza, che l’istante fugace può essere dilatato in un’eternità soggettiva, dimostrando che il potere di dare forma al nostro tempo è, in ultima analisi, il potere di essere pienamente noi stessi.
NOTE
1. Cfr. ibidem, p. 333.
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