Oggi più che mai il mondo ci viene raccontato da cronaca, talk show, reportage, social. Abbiamo la possibilità di vedere tanto ma di comprendere poco, perché la quantità disponibile di notizie è purtroppo inversamente proporzionale alla nostra capacità di assimilazione mentale ed emotiva di queste ultime. A questo proposito, nel 1970 Alvin Toffler ha usato l’espressione information overload nel suo libro Future Shock per indicare proprio la condizione in cui la quantità di informazioni eccede l’effettiva capacità dell’individuo di elaborarle. Questo ha ovviamente delle conseguenze sul nostro modo di vivere il mondo: l’eccesso di informazioni provoca confusione, lentezza decisionale, perdita di visione d’insieme, stress e scarsa capacità di valutazione critica1. Insomma, tutto questo ci rende passivi, immobilizzati nel nostro “vivere” la vita quotidiana e soprattutto ci rende indifferenti e facilmente plasmabili.
Infatti, quasi senza che ce ne accorgiamo, spesso siamo sottoposti a forme di imposizione simbolica, assistiamo cioè alla diffusione di forme velatamente impositive di interpretazioni della realtà, che si diffondono tramite i mezzi di comunicazione di massa. Di tutto questo si parla già da tempo e già nel 1996 il sociologo francese Pierre Bourdieu riconosce la televisione come un «formidabile strumento di stabilizzazione dell’ordine simbolico» (P. Bourdieu, A. Serra, Sulla televisione, Feltrinelli, Milano, 1997, p. 16.). In Sulla televisione, un testo che racchiude due suoi interventi tenuti al Collège de France, racconta della relazione tra giornalismo e televisione, evidenziando come questo tipo di informazione, in realtà, sia frutto di una sorta di “occultamento” dovuto a questioni politiche e, in gran parte dei casi, a interessi economici.
Le considerazioni di Bourdieu sulla televisione, pensata anche come uno specchio di Narciso – poiché la volontà alla base sembra essere più quella di essere visti che veicolare informazioni – valgono oggi anche per i social media. In entrambi i casi, gran parte delle volte gli eventi raccontati vengono drammatizzati e gli utenti si limitano alla pura ricezione di ciò che compare davanti ai loro occhi, senza verificare la notizia attraverso altre risorse. A differenza della televisione, però, nei social media subentra un nuovo elemento decisivo: l’algoritmo, che sulla base della registrazione dei nostri interessi ci propone determinate notizie escludendone altre e determinando così la diffusione delle cosiddette bolle informative.
Il punto fondamentale è che sia nel caso della televisione sia nel caso dei social media la notizia è il risultato di un filtraggio delle informazioni che possono avere più successo tra il pubblico e una continua operazione di sintesi di queste ultime. Le informazioni parziali possono determinare una rappresentazione parziale o errata del mondo esterno, a cui seguono l’elaborazione di concetti, opinioni e comportamenti. Le notizie diventano merce altamente deperibile, il cui valore culturale è livellato per ampliarne il bacino sociale.
In aggiunta a disinformazione e circolazione di fake news, che sono questioni all’ordine del giorno, esiste anche un’altra problematica grave che riguarda maggiormente la nostra capacità di empatizzare con ciò che vediamo. Si chiama ipernormalizzazione ed è un fenomeno che si è verificato durante gli ultimi decenni di vita del sistema sovietico: era evidente che il sogno socialista fosse prossimo al collasso, ma i burocrati e il popolo non erano capaci di immaginare una realtà alternativa e ciò li spinse a comportarsi come se nulla stesse accadendo, mascherando la nuova realtà con quella fino ad allora esperita. Il concetto viene fatto risalire a un testo del 2005 dello studioso Alexei Yurchak e poi è stato ripreso nel 2016 da Adam Curtis nel documentario HyperNormalisation, che approfondisce alcuni importanti eventi politici ed economici che hanno segnato gli ultimi quarant’anni di storia, con particolare riguardo alle relazioni internazionali tra Occidente e Medio Oriente, il cyberspazio e il crollo dell’Unione Sovietica.
Questo concetto si intreccia con l’idea di Bourdieu: i grandi mezzi di comunicazione di massa ci nascondono la realtà mostrandocela e addolcendocela attraverso quelli che lui chiama «fatti omnibus» (ivi, pp. 17-18), ossia fatti che non devono turbare nessuno, che non sono oggetto di controversia, che non dividono, che interessano tutti senza preoccupare nessuno. Un “fatto omnibus” potrebbe essere ad esempio quel classico articolo con i dieci consigli per affrontare il caldo estivo affiancato a quello relativo a una guerra in corso. I mezzi di comunicazione di cui disponiamo hanno dunque il potere di «occultare mostrando» (ivi, p. 18), distogliendo la nostra attenzione e rendendoci insensibili per il “troppo” a nostra disposizione. Pierre Bourdieu nel ’96 parla di fast food culturale e ha riconosciuto in questo una minaccia per la democrazia (ivi, p. 82), perché la nausea data dal nutrirsi di contenuti rapidi e ipercalorici sta portando a un progressivo annientamento dell’empatia.
Esiste comunque una via d’uscita dalle conseguenze del sovraccarico di informazioni. Questa è rappresentata dalla consapevolezza: accorgersi di essere sovraccaricati e sovrastimolati è già un primo passo per contrastare l’assuefazione da contenuti.
NOTE
1. Cfr. L.E. Parra-Medina, F.J. Álvarez-Cervera, Síndrome de la sobrecarga informativa: una revisión bibliográfica, Revista de Neurología, 73 (12), 2021, pp. 421-428.
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