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Il seno come simbolo di alienazione in Iris Marion Young

Nel saggio Throwing Like a Girl (1980), la filosofa americana Iris Marion Young analizza il corpo femminile non come corpo biologico, ma come modo di stare al mondo. Muovendosi tra la fenomenologia di Merleau-Ponty e l’esperienza corporea delle donne, Young costruisce una critica alla cultura patriarcale che condiziona e limita i movimenti, i gesti e la presenza del corpo femminile nello spazio (cfr. I.M. Young, On Female Body Experience, Oxford UP, New York 2005). Molto interessante è, per esempio, lo studio che Young fa sul seno. Il quinto capitolo del libro, Breasted Experience: The Look and the Feeling, è proprio dedicato al seno non come simbolo sessuale o organo, ma come simbolo della condizione femminile, come gesto del corpo che rivela una relazione culturale e percettiva con il mondo.

Young critica, innanzitutto, le interpretazioni riduzioniste del corpo femminile, che trattano il seno solo in termini biologici o erotici. Il seno, infatti, è solitamente al centro della discussione sul corpo sessuato femminile: 

«I seni sono il segno più visibile della femminilità di una donna, il segnale della sua sessualità. Nella cultura fallocentrica, la sessualità è orientata verso l’uomo e modellata sul desiderio maschile. […] Ciò che conta è il loro aspetto, come si presentano allo sguardo che normalizza. Esiste una sola forma e proporzione perfetta per i seni: rotondi, alti sul petto, grandi ma non eccessivi, con un aspetto di fermezza. La norma, ovviamente, è contraria. Se i seni sono grandi, il loro peso tenderà a tirarli verso il basso; se sono grandi e rotondi, tenderanno a essere flosci piuttosto che sodi» (ivi, pp. 78-79).

Young, invece, propone di pensare il seno come parte di una «modalità incarnata» dell’essere donna: il modo in cui una donna porta il proprio seno è già un atto sociale, politico e simbolico. Molte donne imparano fin da giovanissime a “tenere a bada” il proprio petto. Crescendo, viene insegnato loro a coprirlo e contenerlo se è grande, e a fingere di averlo, se è piccolo. In modo anche inconscio, questo si traduce in una postura chiusa, in cui le spalle si incurvano verso l’interno e il petto si ritrae. Da gesto, questa diventa la postura quotidiana. Inoltre, si tratta di una postura del tutto contraria a quella che, tendenzialmente, viene imposta all’uomo, il quale deve, invece, mostrarsi con il “petto in fuori”, fiero e coraggioso.

Nel testo di Young, il corpo femminile viene descritto come soggetto di una doppia alienazione: da una parte è oggetto di sguardo costante, dall’altra è luogo di controllo interno. Il seno, in particolare, è al centro di questa tensione: esibito e desiderato, ma anche censurato e regolato. Il modo in cui una donna cammina e sta seduta cambia a seconda di quanto sente di dover nascondere e rendere invisibile, o al contrario visibile, il proprio petto. Nella maggior parte dei casi, rendere invisibile.

Il seno diventa, dunque, un luogo di silenzio fisico e la cassa toracica, la «casa del cuore» (ivi, pp. 75-76), diventa il centro in cui il corpo si contrae, si nasconde e si adatta al ruolo limitato imposto al femminile. Il corpo non riesce, invece, ad abitare pienamente lo spazio. Secondo Young – e insieme a molte di noi possiamo concordare basandoci sulla nostra esperienza quotidiana – questa postura non è una scelta individuale, ma l’effetto di norme culturali invisibili, che definiscono come sia un corpo “appropriato” femminile.

L’approccio di Young è fenomenologico: lei non parte da teorie astratte, ma dalla coscienza vissuta del corpo. Riprendendo Simone de Beauvoir e Merleau-Ponty, mostra come il corpo non sia solo un oggetto tra gli oggetti, ma un soggetto incarnato, che percepisce e agisce nel mondo. Eppure, per molte donne, questa soggettività è limitata da forme sottili e pervasive di oppressione che si esprimono anche, e forse soprattutto, nei piccoli gesti quotidiani. Il modo in cui una donna porta il proprio seno diventa uno degli indicatori materiali dell’oppressione di genere. Diventa, cioè, una prova che la disuguaglianza si porta, letteralmente, nel corpo e con il corpo. Ma Young ci invita a non fermarci qui: se il corpo è il luogo dell’oppressione, può diventare anche il luogo della liberazione.
Non si tratta di “liberare il seno” in senso provocatorio o scandalistico, per l’autrice, quanto di recuperare una relazione piena, libera e attiva col proprio corpo. Significa imparare a stare nel proprio corpo senza sottrarsi allo spazio. Camminare, senza nascondere il proprio petto, non è solo una questione posturale: diventa un atto politico.

 

NOTE
[Photo credit Barni1 via Pixabay.com]

Andreea Elena Gabara

in continua ricerca, sensibile, dinamica

La mia vita è caratterizzata da due ricerche, una artistica e corporea e una filosofica e mentale: sono, infatti, una danzatrice contemporanea, diplomata al Teatro Carcano, e studio Filosofia all’Università degli Studi di Milano. I temi su cui queste due ricerche si concentrano sono l’Altro e le relazioni interpersonali, l’esistenza e la sua insostenibile leggerezza […]

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