La teoria platonica della reminiscenza può essere riassunta con la frase “conoscere è ricordare” e si lega alla teoria delle idee. Per Platone, infatti, la conoscenza è innescata da uno stimolo empirico che attiva il processo del ricordo: l’essere umano conosce il mondo che lo circonda perché stimolato a ricordare le idee, di cui le cose del mondo sono copia materiale e imperfetta. Le idee sono entità immateriali perfette e immutabili che hanno sede nell’Iperuranio, mondo trascendente da cui il nostro mondo sensibile dipende, «regione sovraceleste […] realtà vera che non ha colore né forma e non si può toccare» (Platone, Fedro, Mondadori, Milano, 2018, p. 53). Nell’Iperuranio troviamo anche le anime umane (prima e dopo la vita terrena), che hanno la possibilità di contemplare e conoscere le idee. Se, quindi, posso conoscere l’albero che si trova di fronte alla mia finestra, è perché lo ri-conosco, ossia rammento l’idea perfetta e immutabile di albero che il mio animo aveva conosciuto quando si trovava nell’Iperuranio.
Allacciandoci a queste teorie platoniche, potremmo affermare che i ricordi (personali e storici) somiglino alle idee dell’Iperuranio: non cambiano, sono statici ed eterni, ma quando li riviviamo e riproduciamo nella nostra mente, li rendiamo simili a copie inadeguate, che ci fanno soffrire per l’impossibilità di coincidere con i ricordi originali. Forse è proprio per questo che i ricordi suscitano un certo fascino e sono avvolti da un’aura quasi “mitica”. In più, la limitatezza e il cambiamento che ci caratterizzano in quanto esseri umani, fa sì che il mondo del ricordo assuma una connotazione quasi sacra – il ricordo di noi, in effetti, può essere tramandato e sopravvivere ai nostri corpi mortali.
Ma ricordare è sempre positivo?
Friedrich Nietzsche, nel saggio Sull’utilità e il danno della storia per la vita, tratto dall’opera Considerazioni inattuali (1873-1876), afferma che nella sua epoca c’è un eccesso di storia, una “malattia storica” che blocca la vitalità e l’agire. A sostegno di ciò, nota come gli animali, incapaci di ricordare, siano in grado di vivere senza dolore. La felicità è «il poter dimenticare o […] la capacità di sentire […] in modo non storico» e dipende «dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto» (cfr. F. Nietzsche, Considerazioni inattuali, Einaudi, Torino, 1981, pp. 84-86).
Bisogna quindi selezionare, tra i ricordi, quelli che rappresentano un modello per l’agire presente, per non venire schiacciati dalla totalità del passato.
Per evitare i danni causati da un eccesso di storia, Nietzsche reperisce inoltre tre modi di approcciare il passato: quello monumentale, quello antiquario e quello critico.
La storia monumentale guarda alle grandi gesta passate come a qualcosa di perfetto che andrebbe riprodotto. In questo senso, il passato servirebbe da modello per l’azione presente – evitando però che esso venga mitizzato.
La storia antiquaria è invece custode delle tradizioni, che però non vanno idolatrate solo in quanto passate.
C’è infine la via dello storico critico: egli giudica negativamente il passato in quanto lo considera ingiusto, dunque lo critica, cercando di dissolverlo. Ma, afferma Nietzsche, bisogna andare oltre l’orizzonte critico e utilizzare le critiche per agire, ricordando inoltre che noi veniamo da quel passato.
Questi approcci vorrebbero cercare un equilibrio tra il ricordo e l’oblio, salvando le persone dalla malattia storica «fino al momento in cui saranno un’altra volta abbastanza sani […] per servirsi del passato sotto il dominio della vita» (ivi, p. 159).
Qual è, quindi, la prospettiva più utile? I ricordi andrebbero contemplati e dovremmo accettare il nostro perenne e inutile sforzo di afferrarli, oppure dovremmo imparare a dimenticare il passato e utilizzare, di esso, solo ciò che ci serve per il presente?
Forse dovremmo situarci in una via mediana: dedicare del tempo alla contemplazione dei ricordi felici, talvolta necessaria perché ci nutre e ci dà forza, positività e speranza. Abbiamo bisogno di dimenticare, a volte, la nostra concretezza e il radicamento alla terra (per dirla con Nietzsche), contemplando qualcosa di trascendente e impalpabile come i ricordi. Anche perché, come testimonia ogni forma d’arte, la memoria e i ricordi possono innescare un percorso creativo, dando vita a qualcosa di nuovo.Ma dovremmo anche usare il nostro pensiero critico, che ci rammenta dove siamo e quando siamo, che ci fa rendere conto del fatto che spesso i ricordi ci sembrano migliori di quello che sono in realtà, e che la vita scorre in avanti. In questo senso, entrambe le prospettive ci insegnano qualcosa e vanno ascoltate, ma anche messe in discussione per capire che cosa, di esse, può essere utile per migliorare le nostre esistenze.
NOTE
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