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Intervista ad Assunta Corbo: il giornalismo capace di aspettare e ricucire

Il potere del giornalismo e della comunicazione sono stati uno dei focus del dibattito dello scorso Festival Biblico di Conegliano, “Il potere del limite”. E proprio di limiti si è parlato, anche, evidenziando tutte le criticità che in questo momento le due categorie stanno attraversando. Ne abbiamo parlato con una delle protagoniste di quell’appuntamento, Assunta Corbo, giornalista e autrice che ha fondato il Constructive Network, rete di professionisti dell’informazione e della comunicazione impegnati nella divulgazione del giornalismo costruttivo. È direttrice responsabile di «News48», magazine indipendente e non profit. È LEDE Fellow del Solutions Journalism Network e Trainer Certificata di solutions journalism. Per Do It Human Editori è autrice del libro Dire, Fare… Ringraziare (2015), un manuale per allenare la gratitudine nella propria quotidianità, di Empatia Digitale (2020), saggio sulla comunicazione sui social media e co-autrice di Inversione a U. Come il giornalismo costruttivo può cambiare la società (2023). È anche co-autrice di Il giornalismo come relazione (Pacini Editore, 2025).

 

Giorgia Favero – Che cosa significa che il giornalismo è una scelta tra il costruire e il distruggere, tra il ferire e il ricucire?

Assunta Corbo – Mi torna in mente la frase di Enzo Biagi “Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata”, un invito a un’informazione onesta e responsabile, un bene indispensabile per le persone. Il concetto di responsabilità purtroppo ha perso di consapevolezza e oggi ci stiamo abituando a un giornalismo che ferisce con titoli che ledono la dignità delle persone, articoli che enfatizzano stereotipi e pregiudizi, dettagli evitabili e storie che in qualche modo distruggono l’armonia del pubblico. L’informazione è entrata nella stanza della terapia, me lo dicono gli psicologi per evidenziare il fatto che le persone cadono in stati depressivi a causa delle notizie che leggono. Questo è ferire, distruggere. Il giornalismo costruttivo mi ha conquistata proprio perché prende le distanze da questo approccio e sceglie invece di ricucire e di costruire. Questo significa partire dal rispetto per il pubblico che legge, guarda e ascolta le notizie ma anche per le persone coinvolte nei fatti. È un giornalismo che si prende l’impegno di contribuire al miglioramento della società. Chi fa informazione entra nella vita delle persone: il come lo sceglie ogni volta che decide le storie da raccontare, le parole da usare, il taglio da dare al proprio servizio.

 

Giorgia Favero – Visto il recente caso di attualità legato a Nicole Minetti [intervista di maggio 2026, ndR] e l’esposizione mediatica del figlio adottivo, nonché della sua madre biologica, in barba alla Carta di Treviso, credi che il giornalismo possa rischiare di perdere la sua bussola etica nel momento in cui la sua stessa sopravvivenza risulta minacciata dall’avanzare dei tempi e dal cambiamento della società?

Assunta Corbo – Sono innamorata della mia professione e mi spiace dirlo ma credo che il giornalismo abbia già perso la sua bussola etica. Complice la tecnologia, il digitale e la necessità di conquistare l’attenzione del pubblico. La fotografia non è rassicurante ma è anche vero che rappresenta lo sfondo perfetto su cui sviluppare una nuova visione che vada controcorrente ma che ci aiuti a recuperare la bussola dell’etica e della deontologia. Per farlo accadere occorre fare un significativo bagno di consapevolezza e attivarsi con la formazione e lo studio. Temo, infatti, che siamo arrivati anche a uno stato di accettazione dello stato delle cose che non ci sta favorendo. E intanto la fiducia nell’informazione in Italia si attesta intorno al 36% (Dati Digital News Report del Reuteurs Institute).

 

GF – Vorrei affrontare con te una questione che mi sta molto a cuore, ovvero quella climatica. Anche perché la nostra città (Treviso) ha accolto poche settimane fa il Forum “Building Future Together” proprio sul tema della comunicazione ecologica. Ti chiedo un tuo parere su una riflessione di Rebecca Solnit, che in un articolo del “Guardian” scrive che «dobbiamo trovare storie di un futuro vivibile, storie di forza popolare, storie che motivino le persone a fare quel che serve per creare il mondo di cui abbiamo bisogno». L’idea è che di storie ce ne siano parecchie ma che non vengano raccontate abbastanza, e che «le persone trovano fin troppo credibili le narrazioni deprimenti, che siano fondate su fatti o no», rischiando così di giungere alla profezia (catastrofica) che si autoavvera. Pensi che le storie possano essere così potenti?

AC – Ho letto l’articolo di Rebecca Solnit e non potrei essere più d’accordo. Le storie possono cambiare le sorti del mondo, di sicuro quelle delle nostre piccole o grandi comunità. La narrazione eccessivamente negativa genera un senso di impotenza che ci impedisce, come cittadini, di prendere in mano la situazione e fare qualcosa per attivare il cambiamento. È solo quando sappiamo che qualcuno sta facendo qualcosa per risolvere un problema e sappiamo come lo sta facendo che possiamo pensare di metterci al lavoro. Per questo le storie di chi si attiva e di chi ha dati concreti su soluzioni e risposte ai problemi del nostro tempo, sono di forte ispirazione. Diventano un invito all’azione affascinante e irresistibile.

 

GF – Su che piano si svolge oggi il dialogo tra professionisti e professioniste dell’informazione e il pubblico? In che modo i media digitali hanno impattato in questa relazione?

AC – Il tema della relazione con il proprio pubblico è di grande attenzione negli ultimi anni. Purtroppo i media tradizionali pensano ancora al lettore e alla lettrice che legge in modo passivo. In realtà il mondo dell’informazione è stato stravolto dall’arrivo del digitale che ormai determina l’informazione stessa. Ed è con esso che si è potuto pensare di costruire un legame e una vera conversazione con le persone. Sappiamo farlo? Non tutti, non ancora in modo eccellente. Chi riesce sono i media digitali nati già con questa attitudine che consente, tra l’altro, di ingaggiare anche la GenZ. È un tema di ascolto profondo per rispondere ai bisogni di comprensione delle persone rispetto a quello che accade nella nostra realtà. 

 

GF – In una società in cui si perdono punti di appiglio più che trovarne di nuovi, in un mondo digitale che confonde sempre più facilmente il vero dal falso, in un contesto economico-sociale in cui anche la notizia è diventata merce, credi che si possa adottare una linea del tipo “less is more”, che possa essere più opportuno tacere che gridare?

AC – Non solo credo si possa adottare, ritengo che sia fondamentale se vogliamo ancora recuperare terreno come professionisti e professioniste dell’informazione. Less is more significa scegliere di non pubblicare, atto incredibilmente rivoluzionario oggi, ma anche scegliere di prendersi il tempo. Meno velocità, quindi, più profondità. Qui torno al giornalismo costruttivo e al solutions journalism che spingono verso la lentezza e l’approfondimento.

 

NOTE:
Fotografia fornita dall’intervistata

Giorgia Favero

plant lover, ambientalista, perennemente insoddisfatta

Vivo in provincia di Treviso insieme alle mie bellissime piante e mi nutro quotidianamente di ecologia, disillusioni e musical. Sono una pubblicista iscritta all’albo dei giornalisti del Veneto, lavoro nell’ambito dell’editoria e della comunicazione digitale tra social media management e ufficio stampa. Mi sono formata al Politecnico di Milano e all’Università Ca’ Foscari Venezia in […]

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