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Forme rischiose di silenzio in Natalia Ginzburg

Elsa e “il Tommasino” sono la coppia protagonista de Le voci della sera, romanzo breve di Natalia Ginzburg scritto pochi mesi prima del più noto Lessico famigliare. Elemento distintivo del racconto sono la vacuità e l’ipocrisia dei dialoghi, presentate come le cause chiave dei legami deboli tra i personaggi e della loro infelicità. Il fidanzamento tra Elsa e il Tommasino è destinato infatti a sfaldarsi proprio sull’onda dell’assenza di comunicazione e della più fondamentale incapacità di entrambi i personaggi di generare e abitare un silenzio che sia fertile di parole, di pensiero, di presa di coscienza; di maturare all’interno di questo silenzio una maggiore presa sulla realtà, e un dialogo necessario, non casuale, tra se stessi e con l’altro. Il loro silenzio, al contrario, si costituisce nell’aridità mentale, è l’impossibilità di relazione, lo sfiorire di qualsiasi possibilità di costruire qualcosa insieme.

Italo Calvino descrive questo romanzo come «una storia di persone che cercano di sotterrare i pensieri, d’identificarsi soltanto nei gesti che compiono e nelle parole che dicono e finiscono per ritrovarsi strette in una morsa di assurdità e di dolore» (I. Calvino, Natalia Ginzburg o le possibilità del romanzo borghese, in N. Ginzburg, Le voci della sera, Einaudi, Torino 2015, p. V). In Le voci della sera la parola è “sotterrata” dall’atmosfera asfittica del paese e dalla futilità delle sue voci insistenti e querule; denuncia caratteri disillusi e incapaci di intessere rapporti che siano, più che basicamente sociali, anche e soprattutto umani. 

Il silenzio ritorna puntualmente in ogni testo di Ginzburg: vi è un costante riferimento alla parola mancata, perduta o assente, a un contatto tra individui che si dissolve proprio perché vengono a mancare i “lessici famigliari” che collegavano l’uno all’altro.
Attorno alle implicazioni e alla valutazione morale del silenzio, Ginzburg ha sperimentato risposte contraddittorie, forse senza giungere mai a quella definitiva: talvolta lo associa al deterioramento dei rapporti umani e all’alienazione esistenziale, promuovendo la necessità fondamentale di instaurare un dialogo con se stessi e un rapporto sano con l’alterità; in altri saggi ancora rimanere in silenzio diventa sinonimo di autoaffermazione e di libero arbitrio, mentre altrove viene associato al chiacchiericcio futile e al pericolo dell’individualismo.

Ad esempio, la mancanza di parole di Elsa è emblematica della stretta associazione in Ginzburg del silenzio di un individuo – inteso come assenza di un dialogo interno e di apertura alla vita dell’altro – alla sua possibilità di conoscersi e di relazionarsi con il mondo. Elsa sceglie il silenzio per esprimere frustrazione davanti al bisogno inappagato di un senso, di slancio, di libertà; allo stesso tempo la difficoltà di trovare parole per raccontarsi si rovescia nell’incapacità di trasformare le proprie condizioni esistenziali, di individuare un’identità personale, e più in generale di prendere in mano la propria vita.

Nel crudele discorso con cui il Tommasino rompe il fidanzamento con Elsa il silenzio coincide con il rifiuto di confrontarsi con la propria infelicità:

«In questi mesi, – disse, – ho sotterrato tanti miei pensieri. Gli ho scavato una piccola fossa. […] Una persona, a un certo momento, non vuole più vedere in faccia la propria anima. Perché ha paura, se la guarda in faccia, di non trovare più il coraggio di vivere» (N. Ginzburg, Le voci della sera, cit., p. 91).

Il decadimento dei rapporti umani si viene a configurare come l’esito naturale di una comunicazione sterile e apparentemente irrecuperabile, del rifiuto ostinato di porsi interrogativi e di cercare la propria voce.

Il lavoro di Ginzburg è un potente invito a pensare e criticare la qualità dei nostri silenzi: di quale silenzio, esattamente, siamo portatori? Un silenzio “buono per pensare”? O buono per evitare, seppellire, bruciare i ponti? Nelle Voci della sera il binomio parola-silenzio contiene la visione di un modo nuovo di costruire e abitare il mondo: scavare nella realtà per portare avanti insieme un discorso collettivo, una polis verbale. Una concezione della parola che può ricordare l’intuizione morale della social catena leopardiana: compiere lo sforzo, faticoso ma necessario, di trovare le parole con cui raccontare la realtà, costruirla, metterla in discussione al fine ultimo di connettersi reciprocamente e fare rete. Nel pensiero implicito del romanzo, rendere la vita più tollerabile e cambiare ciò che chiede di essere cambiato sorge da uno slancio di apertura verso l’altro, possibile solo a partire dalla ricerca della parola relazionale. La riflessione sul silenzio finisce così per trascendere la relazione personale con se stessi per diventare convinta compartecipazione al mondo, che se può dotarsi di un senso, seppur labile e continuamente rinnovabile, è solo a partire dall’insieme delle azioni individuali.

 

NOTE
[Photocredit Adraz Lazic by Unsplash]

Cecilia Volpi

curiosa, distratta, girovaga

Prima di iscrivermi a Lettere studiavo a un liceo scientifico di Mantova; forse è per capricciosa ripicca al rigore matematico di quegli anni che poi ho dato manate di caos alla mia vita, arruffandola apposta: mi muovo tra tre città, Torino (dove faccio l’università), Bologna (dove ho un po’ di famiglia) e Mantova (dove ho […]

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