«Mi ritrovai bella come una mente libera, come la mente libera dell’uomo» (R. Tagore, A Wife’s letter, Cambridge UP India, New Delhi 2003, p.11, trad. mia).
In questo breve racconto del filosofo indiano e premio Nobel per la letteratura Rabindranath Tagore, la protagonista si trova a scrivere una lettera al marito. Lei cerca di affermare una forma di libertà interiore, un riscatto dalla condizione di sottomissione che sente di vivere nel suo matrimonio. La sua consapevolezza di essere «bella come una mente libera» riflette una sorta di rinascita personale: non è più solo un corpo, una figura da adibire a madre e moglie, ma diventa una persona con pensieri, desideri e diritti propri. La libertà che descrive è certo simbolica e forse per l’epoca un’utopia, ma è comunque legata alla possibilità di esprimere liberamente i propri pensieri agendo senza le catene di aspettative sociali e familiari.
L’opera risalente alla fine del XIX secolo risente di un certo paradigma sociale e pedagogico: una donna educata e istruita rappresentava una minaccia per l’ordine sociale. Inoltre, l’educazione femminile era mirata alla formazione di angeli del focolare. Uno dei più grandi sostenitori di tale teoria fu sicuramente il filosofo e pedagogista ginevrino Jean-Jacques Rousseau, che nella sua più celebre opera – L’Émile – presenta la figura di Sophia e ne delinea l’educazione che le spetta, diversa e lontana da quella che Rousseau aveva pensato per il giovane maschio Emilio. Il testo di Rousseau fu poi aspramente criticato da una delle prime voci femminili, Mary Wollstonecraft. Nel suo più famoso testo del 1792, The Vindication of the Rights of the Woman, la pensatrice pose in evidenza, in maniera sicuramente innovativa per l’epoca, la distinzione tra educazione e istruzione e l’importanza di quest’ultima per una prima forma di emancipazione femminile. L’educazione era già assicurata alle donne di appartenenza aristocratica; esse venivano educate ad essere docili nei modi, sensibili e belle per assolvere in pieno il loro ruolo nel matrimonio. Tuttavia, l’istruzione in cui credeva Wollstonecraft era ciò che avrebbe permesso ad ogni donna di agire in maniera consapevole:
«Per salvaguardare le donne dall’ignoranza, nelle scuole si dovrebbero insegnare loro elementi di anatomia e medicina; non solo per far sì che imparino a prendersi cura della propria salute, ma per farle diventare infermiere razionali dei loro bambini, dei loro genitori, e dei mariti» (M. Wollstonecraft, Sui Diritti delle Donne, BUR, Milano 2022, p.110).
Istruire significava, quindi, rendere le menti più flessibili. Una categoria per molto tempo esclusa dai paradigmi pedagogici fu quella delle donne. Un’eccezione si ebbe con Diotima. Platone nel Simposio la presenta come una sacerdotessa che educa interi popoli e singoli uomini come fece lo stesso Socrate. Ciò che distingueva Diotima era la sua particolare sapienza che sembrava derivare direttamente dalla divinità; una donna non comune dotata di tutte quelle caratteristiche proprie di un filosofo. Diotima a parte, il ruolo silenzioso della buona madre e moglie occuperà lo scenario storico della pedagogia fino ai primi accenni delle lotte suffragiste.
Nel 1848 la Convenzione di Seneca Falls pronunciata da Elizabeth Cady Stanton, ispirandosi agli ideali illuministi di eguaglianza e libertà che fino ad all’ora erano strettamente riservati al solo sesso maschile, rimarca il necessario riconoscimento dei diritti al femminile:
«La storia dell’umanità è una storia di torti e di arbitrii ripetuti dell’uomo nei confronti della donna, che hanno avuto direttamente ad oggetto la creazione di un’assoluta tirannia su di lei» (E.C. Stanton, The Declaration of Sentiments, Convenzione di Seneca Falls, 19–20 luglio 1848, trad. mia).
Nel 1988 Martha Nussbaum, in qualità di consulente presso il World Institute for Development Economic Research dell’Università delle Nazioni Unite, condusse una ricerca sul campo in India sui progetti di emancipazione femminile che sarebbe dovuta passare attraverso l’educazione. In questo contesto elaborò il concetto di capacità umane, fondato sulla valorizzazione dell’identità di ogni individuo e sul superamento delle disuguaglianze nell’accesso alle risorse, considerate uno svantaggio non solo individuale ma anche sociale. Le differenze di genere, etniche e di classe non devono tradursi in esclusione, bensì in pari opportunità che riconoscano ogni persona come «agente razionale».
L’istruzione rappresenta ancora oggi una sfida globale: sebbene il Welfare State del XX secolo abbia promosso ideali di parità, è necessario andare oltre l’uguaglianza formale. L’educazione, infatti, non si limita alla trasmissione di conoscenze, ma favorisce lo sviluppo del pensiero critico e della capacità di progettare la propria vita, permettendo agli individui di superare stereotipi culturali e di partecipare consapevolmente ai diversi contesti sociali.
NOTE
[Photo credit Azalea via unsplash.com]