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Forever young. L’immortalità come problema politico e di potere

Nella quinta stagione di Only Murders in the Builiding, nota serie televisiva ispirata al genere true crime che sta ricevendo molti riconoscimenti, uno dei protagonisti (interpretato da Steve Martin) chiede ad un sospettato di cui si conosce il forte investimento nella biotecnologia rigenerativa (un enigmatico Christoph Waltz), quanti anni abbia. La risposta arriva tranquilla e spiazzante, e perciò risulta anche molto divertente: “Dipende dall’organo”; dice Waltz. Fa ridere perché è una fiction, non è reale, è fantascienza… e si prosegue divertiti nella fruizione dello spettaccolo. Quando però sui media (reali) è comparso un dialogo rubato a due anziani (altrettanto reali) con un’età simile a quella degli attori, ma con ruoli nella società decisamente diversi, essendo questi due capi di governo, l’effetto non è stato così comico.
Prima si diceva che fosse molto raro vivere fino a 70 anni, e ora si dice che a 70 anni si è ancora un bambino”; “Tra qualche decennio, con il continuo sviluppo della biotecnologia, gli organi umani continueranno a essere trapiantati e le persone diventeranno più giovani e forse raggiungeranno persino l’immortalità“. Lo scambio di opinioni è avvenuto ad una parata militare tra le più maestose, svoltasi a Pechino a inizio settembre; gli interlocutori erano Valdimir Putin e Xi Jinping che parlavano tra loro di biotecnologia e di una prospettiva molto concreta sulla possibilità che la vita umana raggiunga l’immortalità. E, davvero, stavolta non c’era nulla da ridere.

Vivere per sempre, la possibilità di sconfiggere la morte una volta per tutte, è un pensiero che l’essere umano coltiva da quando ha coscienza di sé. Edgar Morin scriveva che: «La morte introduce fra uomo e animale una frattura ancora più sorprendente di quanto non lo sia quella prodotta dall’utensile, dal cervello e da linguaggio» (E. Morin, L’uomo e la morte, Meltemi, Roma 2002, p. 21). Anche la paleoantropologia afferma che nel processo di ominazione, ovvero il passaggio dallo stato di natura a quello dell’attuale specie umana, è proprio la coscienza della morte a rappresentare l’elemento di differenziazione dell’essere umano, dall’animale. Ma, oggi, annullare la morte dall’esperienza umana è un obiettivo che la scienza sta fattivamente rincorrendo, attraverso tutte le sue discipline, e grazie ad incredibili finanziamenti economici, perché in fondo la morte è rimasto l’ultimo irritante vincolo dell’esistenza umana con la natura. Tornando quindi a Morin, che ripercussioni ha tutto ciò sulla coscienza umana?

«La morte è la realtà umana che più di ogni altra pone l’uomo davanti a un sentimento di impotenza di fronte all’ineluttabile, e a una ricerca di onnipotenza, connessa all’ebbrezza di oltrepassare un limite mai superato della natura umana» (L. Manicardi, Memoria del limite, Vita e Pensiero, Milano 2011, p. 20).

Il desiderio di immortalità per sé, quindi, non è affatto un qualcosa di privato e personale, ma è strettamente collegato anche al suo modo di agire e comportarsi nel ruolo che ha scelto all’interno della società in cui si muove. Se a ricercare l’immortalità del corpo, e non più solo quella dell’anima come in fondo hanno cercato tutti i grandi nomi della Storia passata, sono degli uomini di potere, la faccenda diventa per forza pubblica e politica.

«Oggi è l’allungamento indefinito della vita dell’individuo che viene perseguito e persino sentito come diritto. È l’orizzonte dell’immortalità individuale che sta alla base della costituzione dello Stato moderno. Ed è a servizio del sogno di immortalità individuale e dell’allungamento indefinito della vita dell’individuo che si pongono le attuale biopolitiche di tanti Stati» (ivi, p. 23).

Eccolo qui il rischio di una società postmortale: l’assolutizzazione del presente implica la scomparsa del futuro e con lei la scomparsa della responsabilità di chi verrà dopo di noi. «La postmortalità si caratterizza anche per l’indifferenza e la non assunzione di responsabilità nei confronti delle generazioni future. Pensare agli altri e pensare al futuro, implica considerare la propria morte. Il nostro morire è anche lasciar spazio agli altri. La nostra fine è inizio per altri» (ivi, p. 75). C’è da chiedersi: è un caso che Putin e Jiping si siano confidati le loro ansie di immortalità proprio mentre guardavano sfilare un arsenale di morte dalle proporzioni gigantesche? È un caso che molti esponenti del transumanesimo siano gli uomini più ricchi di questo pianeta, a capo delle più importante aziende tecnologiche? E ancora, è un caso che il diritto internazionale e il rispetto dei diritti umani, siano così palesemente e sfacciatamente disattesi a livello globale? Insomma: senza la prospettiva di una fine, l’umanità sa darsi un fine?

 

NOTE
[Photo credit Jon Tyson via unsplash.com]

Laura Cappellazzo

Laura Cappellazzo

Curiosa, irrequieta, irrimediabilmente naïf

Sono Laura Cappellazzo e dopo vari giri per il mondo, ho messo radici a Oderzo con la mia famiglia: un marito, quattro figli, una tartaruga e un gatto. Sono laureata in Scienze dell’Educazione, diplomata in Counselling sistemico, ho un Master in Relazioni interculturali e Gestione dei conflitti. Ho lavorato come educatrice con minori e donne in situazioni […]

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