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filosofia e poesia

Filosofia e poesia: sorelle nel silenzio

Se dovessimo collocare filosofia e poesia su uno scaffale ideale delle discipline, saremmo portati a separarle nettamente: la filosofia come disciplina sistematica, fondato sul logos, la poesia come arte estetica ed emotiva. Questa distinzione appartiene alla tradizione occidentale, che ha progressivamente frammentato il sapere in ambiti sempre più specializzati. Eppure, chi si è accostato a entrambe, ha avvertito almeno una volta un legame intimo: filosofia e poesia sono due vie complementari attraverso cui l’essere umano cerca senso, verità e bellezza; due modi di abitare le domande della vita. Esse sorgono dal medesimo gesto originario: lo stupore, quel thaumazein che per i Greci rappresentava la condizione stessa del pensare e del poetare. Esso è apertura verso ciò che appare, disponibilità a guardare ogni cosa come fosse la prima volta. È proprio questo stupore misto a sgomento di fronte al mondo che apre nel cuore e nella mente delle persone uno spazio che diventa fecondo per la filosofia e la poesia, come ci suggerisce Rainer Maria Rilke (1875–1926, scrittore e poeta austriaco, considerato uno dei più importanti poeti del XX secolo):

«Pazienza verso quanto non è ancora risolto nel vostro cuore, […] aver care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cercate ora risposte che non possono venirvi date perché non le potreste vivere» (R.M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, Adelphi, Milano 1980, p. 30).

Rilke ci invita a vivere le domande come vuoti da abitare dai quali si genera lo spazio del pensare e del poetare. Senza uno scarto di comprensione, un’ incertezza, nessuna parola prenderebbe vita, nessuna forma di bellezza. Anche María Zambrano, filosofa di primaria importanza per comprendere le affinità tra poesia e filosofia, considera il vuoto come elemento proprio della bellezza creativa, come uno spazio sacro che permette il sorgere della bellezza stessa. Zambrano, in Chiari del bosco, ha teorizzato il concetto di ragione poetica, una forma di conoscenza tra la pura logica e la pura emozione, che cerca di integrare ciò che il razionalismo di tradizione occidentale ha diviso. La ragione poetica è precisamente questa capacità di sostare nel vuoto senza riempirlo, di accogliere lo stupore senza dissolverlo. Filosofia e poesia, dunque, sono forme di conoscenza incarnata: non osservano il mondo da una distanza neutra, ma lo attraversano con la materia viva delle parole. In questo senso, esse sono sorelle del silenzio. Non aspirano a chiudere definitivamente le questioni, ma custodiscono ciò che non può essere pienamente detto, riconoscendo che il mondo non si lascia esaurire da concetti definitivi.

Anche Wittgenstein, filosofo di estrema rilevanza per le sue riflessioni linguistiche, afferma il valore indiscusso della poesia come linguaggio che è in grado di chiamare la realtà invece che rappresentarla. La poesia ha una forza creativa che può illuminare ciò che diversamente resterebbe nel buio del non detto:

«Lungi dal bandire la nozione di ineffabile, il linguaggio me la dischiude: […] devo accettare di usare un linguaggio logicamente inesatto, che non rappresenta nulla ma evoca. […] Intravedo che la forma fondamentale del linguaggio potrebbe essere la poesia, che fa nascere dinnanzi a me il mondo» (P. Hadot, Wittgenstein e i limiti del linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino 2007, p. 49).

Qui, il centro di interesse risiede in quel “logicamente inesatto”. La potenza creativa della poesia è nello scarto semantico, che evoca significati proprio a partire dalla sua inesattezza. Questo uso obliquo del linguaggio è in grado di aprire possibilità di pensiero che resterebbero nascoste ad un uso logico e esecutivo della parola. Il linguaggio inesatto della poesia non è debolezza ma potenza semantica: capace di restituire respiro all’esperienza nella sua complessità.

Wisława Szymborska (1923–2012, poetessa polacca, Nobel per la letteratura nel 1996) incarna questa pratica di stupore quotidiano con una lucidità disarmante, in tutta la sua opera. Si prenda ad esempio la poesia Disattenzione:

«Ho passato tutto il giorno senza fare domanda,
senza stupirmi di niente
Ho svolto attività quotidiane,
[…]
Il savoir-vivre cosmico,[…]
esige qualcosa da noi:[…]
una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote
»
(W. Szymborska, La gioia di scrivere, Adelphi, Milano 2009, p. 671).

È proprio nella vita quotidiana che filosofia e poesia rivelano la loro parentela più profonda: una carezza inaspettata, una domanda che nasce nel traffico, uno spazio lento per leggere, scrivere. Nella trama fitta delle nostre abitudini esse diventano pratiche di presenza attiva, ricordano che esiste sempre un varco da cui entrare in relazione con ciò che ci circonda. La poesia, con la sua capacità di rallentare il passo nel ritmo automatico della giornata, ci aiuta a vedere meglio ciò che resta nascosto. E questo diverso vedere è già un atto filosofico.

 

NOTE
[Photocredits Fiorencia Viadana by Unsplash]

Maria Chiara Pelosi

Maria Chiara Pelosi

irrequieta, sensibile, perseverante

Sono nata a Cremona nel 1992, nella nebbia bianca di gennaio. A Cremona vivo e insegno in una scuola superiore. A tredici anni ho letto Il mondo di Sofia e ho deciso che avrei studiato filosofia: mi sono laureata all’Università Cattolica con una tesi su Albert Camus e all’Università di Torino con una tesi su […]

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