«La tv della cosiddetta realtà provoca uno svuotamento dell’essere, perché sostituisce il guardarsi dentro e l’analisi di sé con l’esaltazione della visibilità e della notorietà, spacciati come apice della verità» (Mina in “Vanity Fair” n.25 02/07/2004).
Con queste parole, Mina criticò la radicale trasformazione che ebbe il mondo dello spettacolo, all’inizio degli anni 2000, con l’affermarsi dei reality show. Questa tipologia, allora nuova, di intrattenimento, ha apportato dei cambiamenti significativi nel sistema, portando in televisione persone comuni, prive di particolari abilità artistiche o di una preparazione specifica che giustifichi la loro presenza sul piccolo schermo. Per la prima volta, la popolarità ha smesso di essere prevalentemente il risultato di talento e competenza, diventando un fenomeno accessibile attraverso la sola esposizione mediatica. Questo processo ha infranto taciti accordi e compromessi impliciti che fino a quel momento regolavano l’industria dell’intrattenimento, stravolgendo il principio secondo cui la notorietà era legata a una forma di eccellenza professionale. L’ingresso di individui privi di qualifiche ha determinato una rivoluzione dell’ordine consolidato, generando un modello in cui la visibilità prescinde dalla capacità. Ciò che inizialmente appariva come un’eccezione ha progressivamente assunto i contorni della norma, smettendo di destare scalpore e diventando infine parte integrante della quotidianità. Questa trasformazione si è conseguentemente riflessa anche nel panorama musicale. Se un tempo la premessa fondamentale per il successo di un artista risiedeva nel talento vocale, accompagnato eventualmente da una forte presenza scenica e da carisma come valori aggiunti, oggi l’immagine e la capacità di costruire un personaggio mediatico sembra spesso prevalere sulla qualità musicale. L’intero sistema sociale ha subito un cambiamento profondo, ridisegnando le modalità di accesso a determinati ruoli professionali e ponendo la popolarità e l’influenza al centro della dinamica di legittimazione pubblica.
Questo processo ha raggiunto la sua fase più radicale con l’avvento dei social network, strumenti che hanno completamente ridefinito il concetto stesso di autorevolezza. Se la televisione imponeva un filtro, un passaggio obbligato attraverso il giudizio e il benestare di chi già operava nel settore, oggi chiunque può costruire la propria immagine pubblica senza intermediari. La figura dell’influencer incarna questa evoluzione: individui che ottengono notorietà e influenza sociale attraverso la propria presenza sulle piattaforme digitali, spesso senza possedere alcuna competenza specifica nel campo in cui si propongono come voce autorevole. La costante esposizione mediatica genera visibilità e la visibilità, indipendentemente dalla qualità del contenuto, diventa sinonimo di credibilità. L’applicazione di un modello simile a settori istituzionali come la politica ha avuto conseguenze particolarmente significative. Se un tempo l’accesso alle istituzioni prevedeva il rispetto di requisiti minimi, come una preparazione accademica, un’esperienza amministrativa e un comportamento adeguato ai doveri pubblici, oggi questi elementi non sembrano rappresentare più un vincolo imprescindibile. Il galateo istituzionale, un tempo percepito come fondamentale per garantire la credibilità delle figure pubbliche, è stato progressivamente eroso, sostituito da una retorica diretta, spesso semplificata e populista, priva di filtri e di rigore tecnico. La politica, intesa tradizionalmente come arte del governo basata su conoscenze economiche, giuridiche e amministrative, ha progressivamente assunto una fisionomia diversa, in cui la visibilità e la capacità di catalizzare il consenso prevalgono sull’effettiva competenza. Il linguaggio istituzionale si è via via trasformato, abbandonando codici comunicativi formali in favore di un lessico più immediato e spesso conflittuale, caratterizzato da slogan e dichiarazioni provocatorie.
L’effetto di questa deriva è profondo: l’erosione della professionalità e della preparazione nei ruoli di governo ha reso il sistema meno stabile e meno in grado di garantire decisioni informate e attendibili. La progressiva legittimazione dell’improvvisazione e dell’opinionismo privo di base tecnica ha minato la credibilità delle istituzioni, incentivando la spettacolarizzazione della politica, ormai sempre più simile a un palcoscenico mediatico.
Quando si stabilisce un nuovo ordine, la norma precedente si dissolve e il cambiamento si riflette in ogni ambito. Ciò che inizialmente rappresenta un’eccezione diventa prassi consolidata, smette di generare indignazione e finisce per essere accettata come parte integrante della realtà contemporanea. Le ripercussioni di questo fenomeno sono ovunque: nell’informazione, dove la credibilità si misura in termini di engagement e non di contenuto, nel mondo dell’arte e dello spettacolo, dove la selezione dei contenuti è sempre più influenzata dalla viralità e nelle istituzioni, dove l’autorità non è più strettamente legata alla competenza, ma alla capacità di occupare spazi di visibilità.
Ma non è detto che tutto sia perduto. Perché anche se oggi il sapere deve travestirsi da spettacolo per essere ascoltato, resta il fatto che non c’è maschera che tenga in piedi un pensiero fragile. E forse, proprio nel tempo lungo, lì dove l’engagement cede il passo alla comprensione, la competenza ricomincerà a fare rumore. Un rumore più sottile, più difficile da monetizzare, ma decisamente più necessario.
NOTE
[Photo credit Panos Sakalakis via Unsplash.com]
OrlandO
È uno street artist attivo a livello nazionale, di cui non si conosce la vera identità. Il suo pseudonimo è ispirato al protagonista dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf.