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Dall’alveare al condominio: ripensare la comunità

A oltre tre secoli di distanza, La favola delle api (1705) di B. Mandeville e Il condominio (1975) di J. G. Ballard dialogano attorno a una domanda fondamentale: una società può reggersi esclusivamente sull’interesse individuale?

La favola delle api propone una delle tesi più provocatorie della filosofia moderna: i vizi privati producono pubblici benefici. L’alveare immaginato da Mandeville prospera perché ogni ape ricerca esclusivamente il proprio vantaggio. Ambizione, lusso e desiderio di ricchezza alimentano commercio, lavoro e innovazione, rendendo possibile il benessere dell’intera comunità. Quando le api diventano improvvisamente virtuose, l’economia rallenta e l’alveare si impoverisce. Mandeville mette così in discussione l’idea tradizionale secondo cui la prosperità dipenderebbe dalla moralità dei cittadini, sostenendo che l’ordine sociale può nascere spontaneamente dall’intreccio degli interessi individuali.
Pur avendo colto uno dei principi fondamentali della modernità economica, Mandeville descrive una comunità priva di un autentico fondamento etico: il bene comune non è perseguito come valore condiviso, ma scaturisce dalla competizione tra individui mossi dal proprio tornaconto. La società appare come un sistema efficiente, ma privo di un fine che trascenda gli interessi dei singoli. 

Se per Mandeville l’interesse individuale produce ordine e prosperità, Ballard, ne Il condominio, mostra la messa in atto radicale di quel medesimo principio quando viene assunto come unico fondamento della convivenza, privato di qualsiasi paracadute etico: se nell’alveare l’interesse individuale è produttivo e si traduce in scambio, nel condominio è puramente posizionale, e si traduce in rivalità. Il condominio non è un semplice edificio, ma il laboratorio di una società fondata sull’autosufficienza individuale anziché sul bene comune. Piscine, supermercati e servizi permettono agli abitanti di vivere senza uscire dall’edificio, garantendo comfort ed efficienza. Eppure questo ambiente apparentemente ideale si trasforma progressivamente in uno spazio di conflitto. Ottenuta l’autosufficienza materiale, l’altro smette di essere un partner economico e diventa un concorrente per lo spazio vitale. Gli abitanti si dividono in gruppi rivali, le regole  perdono significato e la violenza sostituisce la cooperazione. Il condominio diventa il simbolo di una società nella quale il benessere materiale non riesce più a sostenere il legame sociale. L’isolamento, la competizione e l’assenza di uno scopo condiviso impediscono a quello spazio di diventare una comunità. 

La lettura parallela delle due opere rivela la contraddizione interna dell’individualismo moderno. Mandeville vede nell’egoismo la fonte della prosperità; Ballard mostra che, senza un orizzonte condiviso di significato, quella stessa prosperità non impedisce la dissoluzione sociale. Il benessere soddisfa i bisogni, ma non genera appartenenza.

Già Aristotele osservava che la polis non nasce semplicemente per garantire la sopravvivenza, ma per consentire agli uomini di vivere bene, e trova il proprio senso nella ricerca della vita buona e nello sviluppo delle virtù civiche. Da questa intuizione prende avvio la riflessione di A. MacIntyre in Dopo la virtù (1981). Secondo il filosofo scozzese, la modernità ha progressivamente dissolto i contesti comunitari nei quali le virtù si formavano e acquistavano significato. Il risultato è una cultura dominata dall’individualismo, in cui i giudizi morali appaiono come preferenze soggettive, prive di un criterio condiviso. Discutiamo di giustizia e diritti, ma senza una visione comune del bene tali concetti entrano inevitabilmente in conflitto. Per MacIntyre una comunità non può sopravvivere senza una concezione condivisa del bene e pratiche capaci di educare gli individui alle virtù. La crisi contemporanea è anzitutto antropologica: abbiamo perso l’idea stessa di cosa significhi vivere insieme orientati a un fine comune.

Mandeville e Ballard rappresentano così i due estremi della stessa parabola: il primo attribuisce all’interesse privato la capacità di tenere unita la società; il secondo racconta il momento in cui quel principio, assolutizzato, provoca l’implosione del legame sociale. L’alveare prospera, il condominio implode. La risposta di MacIntyre non è nostalgica, ma propositiva: recuperare la tradizione aristotelica delle virtù per ripensare la convivenza. Una società non si tiene insieme solo grazie all’efficienza istituzionale o alla convergenza degli interessi individuali. Per questo le virtù non sono un abbellimento della vita sociale, ma la sua condizione di possibilità: sono ciò che trasforma un semplice spazio condiviso in una comunità autentica.

 

NOTE
[Photo credit Ryoji Iwata via unsplash.com]

Francesca Pesacane

Francesca Pesacane

appassionata, ironica, gentile

Abito in Basilicata, a Rionero in Vulture, alle pendici del monte da cui il paese prende il nome. Dopo aver studiato filosofia a Napoli vi ho fatto ritorno, portando con me domande e inquietudini da intrecciare a questi luoghi poco noti che invitano alla riflessione. Insegno filosofia, storia e, quando riesco, meraviglia: per me educare […]

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