I diritti umani astratti non hanno alcun valore reale se l’individuo non appartiene prima a una comunità politica che possa legalmente riconoscerli e garantirli. Hannah Arendt, apolide e in fuga dalla furia nazista, ne era ben consapevole:
«La privazione dei diritti umani si manifesta soprattutto nella mancanza di un posto nel mondo (uno spazio politico) che dia alle opinioni un peso e alle azioni un effetto […]. L’individuo può perdere tutti i cosiddetti diritti umani senza perdere la sua qualità essenziale di uomo, la sua dignità umana. Soltanto la perdita di una comunità politica lo esclude dall’umanità» (H. Arendt, The Rights of Man, in “Modern Review”, III, estate 1969).
Nei caldi mesi estivi del 2026 la Corte Suprema statunitense, dopo la nomina di tre giudici a maggioranza conservatrice voluti da Trump, si è riunita per decidere di alcuni casi importanti: quei “casi battaglia” che rappresentano simbolicamente l’attuale presidenza degli Stati Uniti, come il diritto all’aborto, la libertà di utilizzo di armi e lo ius soli, principio istituito nel 1868 dopo la guerra civile che riconosce la cittadinanza ai nati negli Stati Uniti. La richiesta del Presidente sarebbe quella di negare il diritto di cittadinanza ai figli di immigrati temporaneamente presenti sul suolo americano: nella realtà vorrebbe dire rendere apolidi circa 250mila bambinɜ. Provvidenzialmente la Corte Suprema ha confermato la tutela della birthright citizenship. Paradossalmente, gli americani già nel 1700 parlavano di “felicità pubblica” non come assunto teorico, ma con la piena consapevolezza che essa – tanto urlata dai rivoluzionari francesi – fosse non soltanto una partecipazione doverosa alle assemblee pubbliche per sostenere i propri interessi, ma anche voce attiva sulle questioni politiche: provare piacere nel discutere, nel deliberare e infine prendere decisioni ricordando che «non le idee ma gli eventi cambiano il mondo» (H. Arendt, Vita Activa, Bompiani, Milano 2027, p.289).
Tuttavia, questo episodio della Corte Suprema racconta molto del modo in cui si fa politica: molto spesso i diritti umani non sono contemplati. Vi è la sensazione che la si faccia in netto contrasto con la natura aristotelica del termine, ovvero l’azione per il perseguimento del bene comune. Eppure, sfogliare i testi che hanno scritto la storia della filosofia politica novecentesca non solo ci permette di allontanarci da una forma degenerata di politica, ma ci permette di ritrovare la giusta guida per riportare ogni azione pubblica a un senso comunitario e non più solo privato. Il pesante cappello delle tirannie e dei totalitarismi del passato incombe sempre più prepotentemente e «non possiamo più permetterci il lusso di prendere quel che andava bene in passato e chiamarlo semplicemente un peso morto che il tempo provvederà da sé a seppellire nell’oblio» (H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino, 2004. p. LXXXII). Tra queste fonti sono necessari i testi di Hannah Arendt che ci accompagnano nei paesaggi di un pensiero politico su cui porre le basi – in pieno Novecento come oggi – di cambiamenti e realizzazioni di pratiche politiche capaci di prevenire la minaccia di un nuovo totalitarismo e, più in generale, di offrire un equilibro, seppur fragile, giocato ogni volta nell’azione, nel dialogo e nel rispetto dei diritti umani. La politica sarebbe così spazio pubblico di un confronto continuo tra esseri umani liberi, nel quale «il potere si manifesta in un rapporto tra uomini fondato sullo scambio di parole, in vista di decisioni d’interesse comune» (C. Lefort, La questione della politica, in Hannah Arendt (a cura di S. Forti), Mondadori, Milano 1999, p. 8).
È un pensiero politico, quello di Arendt, che prende le mosse dalla realtà viva, a partire dalla quale proporre nuove chiavi di comprensione e trasformazione. Come afferma la filosofa Elvira Roncalli:
«Arendt è una grande pensatrice che ha vissuto in tempi inquietanti, osando pensare ad essi, senza nostalgia di un mondo perduto e senza cercare di crearne di nuovi. Ha cercato, come meglio poteva, di rimanere ancorata al mondo com’era» (E. Roncalli, Hannah Arendt, in “Soundings: An Interdisciplinary Journal”, 101 (1), 2018, p. 8).
L’intero edificio di pensiero arendtiano si basa sulla convinzione che nessun cambiamento – rivoluzionario o minimo – possa avvenire se non vi è la condivisione; nella certezza che l’incontro non è un limite invalicabile, ma la condizione per il riconoscimento dei diritti umani. Questa è l’eredità più importante per noi, convinti che, alla luce dei fatti quotidiani, molti testi come quelli di Arendt andrebbero rispolverati da coloro che pensano di portare avanti la giusta politica.
NOTE
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