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Edgar Morin e la complessità di una testa ben fatta

Lo scorso 29 maggio ci ha lasciato Edgar Morin, filosofo, sociologo e pedagogista che ha speso la sua lunga vita ad analizzare la complessità del reale. Secondo il pensatore francese è complesso ciò che è tessuto insieme, come i fili di un arazzo o le note di una melodia; un sistema interconnesso e strutturato, che si può comprendere solo con uno sguardo d’insieme, i cui elementi si relazionano tra loro in modo dinamico, dando vita a risultati non sempre prevedibili. Sono esempi di sistemi complessi: il cervello umano, l’universo, le aziende, le società, l’intelligenza artificiale; ognuno di questi per essere compreso non deve essere ridotto, scomposto, ma affrontato nella sua interezza. Dalla modernità in poi si è però messo in atto un progressivo processo di frammentazione, specializzazione e tecnicizzazione della conoscenza; e la scuola, l’istituzione che più di ogni altra dovrebbe prepararci alla complessità, è figlia di questo processo. 

Proprio all’analisi della scuola e di come dovrebbe operare, Morin dedica alcuni tra i suoi scritti più celebri: La testa ben fatta, del 1990, e I sette saperi, del 2001. La sua proposta di riforma riguarda l’organizzazione della conoscenza, non più frammentata in saperi specifici, ma pensata ed insegnata in modo globale e interdisciplinare. In questo modo, seguendo una formulazione di Montaigne, saremo in grado di formare una “testa ben fatta”, perché ciò che conta non è accumulare saperi e conoscenze che riempiano una mente, ma fornire gli strumenti per contestualizzare i problemi, dargli senso, e interpretarli in modo critico (cfr. M. Ceruti, F. Bellusci, Abitare la complessità, Mimesis, Milano 2020, pp. 75-80).

Questa secondo Morin la finalità della scuola, che non dovrebbe addestrare lavoratori specializzati, ma formare cittadini e cittadine consapevoli e responsabili. Ma come coniugare questa idea di formazione con la semplificazione costante fornita dagli algoritmi, dai social media, dall’intelligenza artificiale? La nostra vita quotidiana ha subito un notevole processo di semplificazione e molte delle competenze che un tempo erano imprescindibili oggi diventano superflue. L’attenzione, la memoria, le capacità di scrittura e di calcolo, sono condizionate dall’uso della tecnologia, che facilita lo svolgimento dei compiti, ma indebolisce le competenze, soprattutto quando esse sono in via di acquisizione, come per le generazioni che affrontano oggi il loro percorso formativo (cfr. A. Nsonsissa, Complexité et «machine artificielle» selon Edgar Morin, in “Sociétés”, 163 (1), 2024, pp. 99-123).

Quando scrolliamo reel che condensano contenuti in trenta secondi, quando Instagram ci propone le tre cose che devi assolutamente fare per essere una buona amica, quando l’IA riassume testi filosofici in cinque punti fondamentali, quando ogni sforzo mnemonico viene prontamente risolto da Google, quando la scrittura viene sostituita dai comandi vocali, stiamo riducendo la complessità. E questo è molto comodo, ovviamente, ma anche molto rischioso, se il nostro obiettivo, come esplicitato da Morin, era quello di avere una testa ben fatta.

La scuola, cosi come ogni altro settore, negli ultimi anni si sta confrontando con l’intelligenza artificiale e sta provando a ripensare il suo modo di educare, alla luce degli sviluppi tecnologici. Le opportunità sono straordinarie, dalla personalizzazione degli apprendimenti all’accesso costante alle informazioni, alla simulazione virtuale che può portare gli studenti e le studentesse nell’agorà di Atene o dentro un quadro di Monet. Anche il rischio però è grande: lasciare che l’IA pensi al nostro posto potrebbe portare ad un’involuzione delle capacità di ragionamento, all’abdicazione al pensiero critico.

Essere consapevoli dei rischi non deve portare al catastrofismo, ma a un adattamento lungimirante da parte dell’istituzione educativa, che non può limitarsi a insegnare l’utilizzo degli strumenti digitali da un punto di vista tecnico, ma ha anche il dovere di interrogarsi, insieme alle generazioni protagoniste del cambiamento, sulle sfide etiche, culturali e politiche di questo strumento, che semplifica la nostra vita ma ci pone di fronte alla gestione di un problema complesso, per usare un concetto caro a Morin. Nel 1990 questo intellettuale poliedrico ci indicava quella che ha chiamato «la sfida delle sfide: la riforma dell’insegnamento deve condurre alla riforma di pensiero e la riforma di pensiero deve condurre a quella dell’insegnamento» (E. Morin, La testa ben fatta, Raffaello Cortina, Milano 2000, p. 13). Oggi più che mai le sue parole risultano attuali: la scuola deve insegnare ad abitare una realtà complessa, a navigare nel mare magnum di informazioni sempre a disposizione, a organizzare e connettere informazioni con sguardo critico, traendo vantaggio della tecnologia, ma senza farsi sopraffare da essa. Una sfida fronteggiabile solo da chi ha una testa ben fatta.

 

NOTE
[Photo credit Ecliptic Graphic via unsplash.com]

Laura Muzzetto

ironica, socievole, estiva

Nata a Cagliari nel 1985, mi sono laureata in Sociologia a Pisa nel 2011 e lì ho conseguito il Dottorato in Filosofia del Diritto. Dopo un lungo soggiorno toscano tra Pisa e Firenze sono tornata nella mia città, dove insegno Scienze Umane e Filosofia in un istituto superiore. Del mio lavoro mi piace poter coniugare […]

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