«Fermatevi qui, ancelle. Dove fuggite, per aver visto un uomo? / Certo non crederete che provenga da gente nemica. […] Ma questo infelice è giunto qui vagando senza meta, / e ora bisogna aver cura di lui. Appartengono a Zeus / stranieri e mendicanti, tutti» (Omero, Odissea, VI, vv. 199-208).
Con queste parole Nausicaa, principessa dei Feaci, rassicura le ancelle, che alla vista del naufrago Odisseo sulla spiaggia della loro isola scappano spaventate, e, insieme, le ammonisce richiamando alla loro mente uno dei valori cardine della cultura a cui appartengono, ovverosia la ξενία (xenía). Questo vocabolo nel mondo greco antico indica in senso ampio il concetto di ospitalità e racchiude in sé l’insieme di norme e usi relativi al rapporto tra ospitato e ospitante. Un legame sacro, doveroso e vincolante che ciascun Greco era tenuto a osservare, soprattutto nei confronti degli altri Greci, poiché protetto direttamente dallo sguardo di Zeus; non a caso è a lui riferita l’epiclesi ξενιος (Xenios), “protettore degli ospiti”. Come insegna l’esempio omerico, colui che apriva le proprie porte ai viandanti, portatori di novità e notizie, era tenuto a offrire loro cure, banchetti e doni, affinché questi viaggiatori venissero accolti e ristorati dopo peregrinazioni lunghe e spesso poco sicure. «Per loro [stranieri e mendicanti] un dono piccolo è caro. / Su, dunque, ancelle, date all’ospite cibo e bevanda, / e nel fiume lavatelo, dove sia un riparo dal vento» (ivi, VI, vv. 208-210), aggiungerà infatti Nausicaa. Tra i due ospiti si instaurava così un rapporto di sacra e inviolabile reciprocità basato su un mutuo scambio di ricchezze: cure, calore e companatici, da un lato, notizie, saperi e storie lontane, dall’altro.
Risulta necessario fare una precisazione: le poleis greche nutrivano sentimenti di forte ostilità nei confronti dei non-greci, considerati emblema di barbarie e inciviltà poiché, non grecofoni, non erano parte di quell’immateriale grecità che caratterizzava invece le poleis stesse. Un esempio fra tutti è riscontrabile negli altorilievi delle metope del Partenone dove – narrando la lotta contro il diverso mitico, giganti, centauri, amazzoni e troiani – viene celebrata la vittoria contro il diverso storico, i persiani. Considerato ciò e il fatto che le condizioni che portarono all’instaurazione di tale uso sono andate mutando nel tempo – scarsa sicurezza delle vie di comunicazione, distanza tra le poleis con conseguente lunghezza dei viaggi, limitatezza delle fonti d’informazione – sorge comunque spontaneo un raffronto con la percezione odierna dello straniero, del bisognoso o, più generalmente, dello sconosciuto. Il vocabolo greco da cui l’articolo ha preso le mosse – ξενία (xenía) – ha fatto il suo ingresso nella lingua italiana in accostamento a un altro lessema, sempre di origine greca, e i due, insieme, hanno dato vita a una parola particolare, non ampiamente impiegata e spesso sostituita con il termine razzismo, semanticamente affine, ma meno onnicomprensivo. Tale parola è xenofobia, ovverosia la paura, con frequente rifiuto e allontanamento, di ciò che è percepito come diverso, estraneo. Il passaggio dal concetto di ospitalità e di sacro vincolo all’accostamento con φόβος (phóbos) – “paura” – risulta vertiginoso, soprattutto se si osserva, parallelamente, l’enorme aumento della disponibilità di notizie, della velocità con cui le persone e le informazioni oggi circolano, sia concretamente sia, molto spesso, virtualmente e, quindi, della vicinanza di ciò che può risultare radicalmente altro da sé.
Ha forse dei lati oscuri questa smodata possibilità di conoscenza? Ovvero: è forse la possibile, ampia familiarità con ciò che è distante (soprattutto fisicamente) che rende il non noto – e quindi ciò che trasborda dagli estesi confini del conosciuto e del sicuro – più temibile che incuriosente? Se così fosse, tale familiarità si rivelerebbe come una proverbiale medaglia a doppia faccia: se da un lato consente un arricchimento di prospettive e di esperienze e quindi l’ampliamento delle proprie vedute, dall’altro può corrompere la fiducia curiosa e la candida accoglienza verso ciò che si presenta all’improvviso senza rientrare nell’insieme del già noto e quindi del controllato. Questa iperconnessione, che avvicinando il lontano offre l’illusione di poter quasi afferrare e fare propria ogni cosa, può quindi, paradossalmente, indurre non all’apertura consapevole bensì alla chiusura inconscia verso ciò e verso coloro che sono estranei a tale rete di connessioni e trasbordanti rispetto al limes delle conoscenze sicure?
Chi scrive non ha naturalmente in mano una risposta agli ardui quesiti; tuttavia, se questa fosse affermativa, anche solo parzialmente, parrebbe necessario ripensare in modo più ponderato e consapevole i passi avanti che sono stati compiuti, al fine di tenere insieme le potenzialità della modernità e la genuinità di alcune valide prospettive antiche ricordando le parole pronunciate dal re Alcinoo, padre di Nausicaa, durante il banchetto per l’ignoto naufrago:
«L’ospite e il supplice sono come un fratello / per l’uomo che pure per poco delibi saggezza di mente» (ivi, VIII, vv. 546-547).
NOTE
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