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Costruire sé stessi con l’autobiografia

Si fa presto a dire autobiografia: “autos” = sé stesso, “bios” = vita, “graphè” = scrittura, quindi scrivere la vita di sé stessi. Eppure non è così semplice, perché la nostra memoria cambia, anche nella breve distanza, i ricordi si perdono e altri tornano, altri sono stati “censurati” dal nostro Io profondo; anche chi siamo noi cambia: cambia il nostro modo di guardare noi stessi, di giudicare il nostro passato, cambiano le cose che riteniamo importanti, con il tempo perdoniamo, approfondiamo, scegliamo di dimenticare. Ecco allora che la nostra autobiografia non potrebbe mai essere la stessa, non potremmo mai mettere un punto di fine, sarà in divenire fintantoché la nostra vita continuerà, tanto nello scrivere del futuro che diventa presente, tanto nello scrivere del passato.

Poi c’è un altro problema. Potremmo pensare che nell’autobiografia si trovi nient’altro che la verità, perché se l’ha scritta la persona stessa, non può non essere vero. Altri invece potrebbero pensare che solo nella biografia c’è la verità, proprio perché l’ha scritta un’altra persona, quindi basandosi sui fatti, sui documenti. La nostra vita però è molto più di un insieme di fatti, che oltretutto vengono sempre inevitabilmente e magari involontariamente interpretati: sono sensazioni, emozioni, riflessioni, abbagli, sfumature, fede, moti interiori dell’inconscio. E così leggiamo nell’incipit delle Confessioni (1782) del filosofo Jean-Jacques Rousseau che «Voglio mostrare ai miei simili un uomo in tutta la verità della natura, e quest’uomo sarò io», mentre lo scrittore Thomas Bernhard nel suo autobiografico La cantina (1984) scrive che «La verità, penso, la conosce solo l’interessato, ma lui stesso, nel momento in cui vuole comunicarla, diventa automaticamente un bugiardo». A chi o cosa dobbiamo credere?

Il critico letterario Philippe Lejeune, massimo esperto in materia, nel suo Il patto autobiografico (1975) taglia il gambo al sedano e ci suggerisce che ogni opera che parla del sé consegna inevitabilmente al lettore un ritratto fasullo, contaminato dell’io. In altre parole, dovremmo approcciarci a una autobiografia senza pensare di trovarci la verità, non più che in una qualunque storia narrata. Del resto, quanto di ogni scrittore e scrittrice possiamo trovare, senza che egli o ella lo palesi, in un romanzo da loro scritto? Anche il filosofo Albert Camus ci propone una sua prospettiva sul tema: «Che importa se [le mie storie] sono vere o false se, in ogni caso, esse sono significative di ciò che sono stato e di ciò che sono? Si vede talvolta più chiaro in colui che mente che in colui che dice la verità. La verità, come la luce, acceca. La menzogna, al contrario, è un bel crepuscolo, che valorizza ogni oggetto» (A. Camus, La caduta, 1956). 

Scrivere in generale e la scrittura di sé in particolare possono essere certamente un mezzo di racconto ma anche di svelamento di sé stessi; tema, questo, su cui ha scritto molto Duccio Demetrio, pedagogista e filosofo nostrano, che utilizza l’autobiografia come strumento terapeutico. Naturalmente stiamo parlando di una scrittura che non ha come fine il riconoscimento e la pubblicazione, anche perché, avverte lo psicoterapeuta Nicolò Terminio, lo scopo non è la produzione di un testo e, anzi, il testo «è anche qualcosa che ci costruisce» (D. Demetrio, N. Terminio, Autobiografie dell’inconscio, Mimesis, Milano 2022). Del resto, anche la forma e lo sforzo stilistico costituiscono un filtro e un ostacolo, anche banalmente nella fluidità dello scrivere: chi è abituato a scrivere per passione o professione può capire bene come la ricerca di un termine e di un’espressione o della migliore traduzione di un pensiero possano frenare il fluire del discorso. Ma c’è ancora di più in un’autobiografia che ambisce, in qualche modo, a curarci, perché non si tratta di ricostruire la propria storia, né di riversare sulla carta o sui pixel di uno schermo tutto il nostro mondo interiore: «la scrittura è il mezzo attraverso cui noi costruiamo la vita interiore. Ecco perché la scrittura può diventare come un respiro del soggetto» (ivi). Si perdona l’oblio, si perdonano le omissioni volontarie, perché fanno parte anch’esse di un percorso mai davvero finito, un percorso che ci trasforma e che ci riposiziona rispetto a noi stessi – chi siamo, dove siamo, cosa vogliamo. Scrivendo «si fa esperienza di una sorta di destituzione della propria intenzionalità cosciente: mentre si scrive qualcosa di diverso da ciò che si intendeva scrivere inizia a scriversi» (ivi). Un’esperienza che forse, per conoscerci un po’ di più, vale la pena tentare.

Giorgia Favero

plant lover, ambientalista, perennemente insoddisfatta

Vivo in provincia di Treviso insieme alle mie bellissime piante e mi nutro quotidianamente di ecologia, disillusioni e musical. Sono una pubblicista iscritta all’albo dei giornalisti del Veneto, lavoro nell’ambito dell’editoria e della comunicazione digitale tra social media management e ufficio stampa. Mi sono formata al Politecnico di Milano e all’Università Ca’ Foscari Venezia in […]

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