I classici sono fantasmi. Entità di cui tutti evocano il nome, ma di cui pochi hanno realmente incrociato lo sguardo. Il lettore contemporaneo, anche il più assiduo, naviga in un presente perpetuo, guidato dalle tendenze dei social network e dall’industria culturale che produce libri come prodotti di consumo rapido. Si legge per essere aggiornati, perché il buon lettore non può perdersi l’ultimo premio Strega o il finalista del Campiello. Quando si legge lo si fa per stare al passo col tempo, non per fare un passo indietro necessario a guadagnare prospettiva. In questo panorama, il classico diventa un corpo estraneo: troppo impegnativo, drammaticamente lento, rovinosamente scomodo. Non offre risposte facilmente accessibili e non garantisce approdi idilliaci. Anche per questo viene evitato. La sua sopravvivenza, dunque, è quasi del tutto affidata a un sistema scolastico e accademico in crisi d’identità.
Eppure, la loro natura, a pensarci bene, non è l’immobilità ma la trasformazione. L’Iliade e l’Odissea di Omero sopravvivono incredibilmente non perché imbalsamati, ma perché hanno cannibalizzato ogni poesia epica a loro precedente, diventando l’alfabeto stesso dell’eroismo. Allo stesso modo, Viaggio al termine della notte di Céline non ha semplicemente raccontato la disperazione, le ha dato una voce nuova, un linguaggio viscerale che ha spazzato via ogni retorica sulla guerra. È un classico perché è una ferita ancora aperta all’interno di una solitudine inviolata, perché ha attuato una dislocazione lessicale oggi introvabile e perché ha intrecciato comicità e tragedia in una modalità quasi ineguagliabile. Ma oggi chi è disposto ad imbattersi in un autentico Voyage letterario ed esistenziale? La domanda a questo punto, non è quali classici sopravviveranno, ma quali abbiamo il coraggio di salvare dall’oblio che già avanza. Tra cinquant’anni, molti di questi testi rischieranno di diventare irreperibili, non per assenza di copie, ma per assenza di lettori. Diventeranno relitti inabissati in un oceano di informazioni superficiali, perle preziose sommerse dall’ipocrita celebrazione dei testi contemporanei, spesso vuoti e superficiali, ma moderni, attuali. Del resto, in un paese dove – secondo l’ultimo report Istat (anno 2023, sui dati 2022) – il 39,3% della popolazione (oltre 23 milioni di persone) ha letto solo un libro in un anno e solo il 6,4% può essere considerato un lettore “forte” (con almeno 12 libri letti all’anno), il destino dei classici appare più che mai in bilico.
E allora quali vale la pena di recuperare? Quali sono le nostre isole di resistenza? Penso a uno dei più grandi capolavori della storia della letteratura di tutti i tempi: Alla ricerca del tempo perduto di Proust, perché in un’era scellerata di distrazione totale, è l’opera che più radicalmente insegna a riprendersi il proprio passato e il proprio tempo e dunque la propria interiorità. Penso anche a L’uomo senza qualità di Musil, labirinto specchio della nostra paralisi di fronte alla complessità del mondo; un romanzo che fissa lo smarrimento di un’epoca sull’orlo del baratro, specchio della nostra perpetua indecisione. Che dire, inoltre, de La montagna incantata di Mann, un’opera che trasforma una clinica in una metafora potentissima di un’Europa malata, costretta a fare i conti con il tempo interiore e con la Storia. Senza leggere Cent’anni di solitudine di Márquez ci mancherebbe quel modello che ha consacrato il sodalizio tra mito e storia che si intrecciano per raccontare non un soltanto un paese, ma l’anima umana nella sua totalità e senza confrontarci con L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera, sismografo dei sentimenti moderni e del loro conflitto con la storia, perderemo una guida filosofica e ironica per navigare attraverso il paradosso che si cela tra libertà e responsabilità, tra politica e sentimento.
E dunque, alla fine, cosa leggeremo tra cinquant’anni? La risposta più amara è che forse leggeremo poco più di quel che già leggiamo oggi: testi ottimizzati per i nostri schermi, storie concepite per essere consumate in un attimo e dimenticate nell’istante successivo. Opere nate non dal bisogno di dire, ma dalla tecnologia che calcola anche cosa vorremmo sentire. Ma c’è un’altra possibilità, che dipende interamente da un atto di scelta consapevole: leggeremo quello che avremo avuto il coraggio di salvare. Quello che, oggi, abbiamo deciso di non abbandonare nel silenzio. Se continueremo a credere che Proust sia troppo lungo, Musil troppo complesso e Mann troppo lento, allora il loro posto non sarà sugli scaffali, ma in un archivio digitale polveroso, accessibile solo a pochi studiosi. Tra cinquant’anni leggeremo l’esito della battaglia che stiamo combattendo oggi: tra la profondità e la superficie, tra la memoria e l’oblio, tra il pellegrinaggio e il consumo. La posta in gioco non è la sopravvivenza di alcuni volumi, ma della complessità del pensiero stesso. E alla fine, forse, semplicemente, leggeremo solo quello che saremo diventati.
NOTE
[Photocredit Ed Robertson by unsplash.com]