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Come si giudica un sorpasso? Piccola etica del motociclismo

È la domenica mattina del 19/10/2025. Siamo a Jerez de la Frontera (Spagna), per l’ultima tappa del campionato mondiale Superbike, dedicato alle moto derivate dalla produzione di serie. Nicolò Bulega e Toprak Razgatlioglu si stanno giocando la vittoria del mondiale in un testa a testa finale. Per tutto il weekend, l’italiano è stato il più veloce, vincendo Gara 1 del sabato pomeriggio davanti al turco e portandosi così a –34 da lui. A quel punto, Bulega deve conquistare prima i 12 punti riservati al vincitore della Superpole Race della domenica mattina, e poi i 25 punti per la vittoria di Gara 2 della domenica pomeriggio, sperando che a Razgatlioglu capiti qualcosa di non convenzionale, come un guasto o una piccola caduta.

Alla partenza della Superpole Race, Razgatlioglu prende la testa alla prima staccata, ma – dopo qualche curva – affronta una lunga parabolica a destra prendendo una traiettoria leggermente più larga del solito. Bulega intravede un pertugio e si tiene più interno, per cercare di prendere la posizione al turco, che intanto sta stringendo per chiudere la curva. Nemmeno mezzo secondo e succede il patatrac: nel ritrovarsi affiancati, i due si toccano e Razgatlioglu non soltanto viene “rimbalzato” verso l’esterno, ma perde il controllo della moto e cade. Invece, l’italiano esce dal contatto indenne e già dopo poche curve è in fuga. Per il turco, la disfatta è doppia: la Superpole Race decide la griglia di Gara 2, in cui dovrà ora partire decimo.

Una brutta gatta da pelare per lo Stewards Panel, ovvero i giudici di gara, chiamati a prendere un provvedimento e – prima ancora – a stabilire in base a quali criteri valutare l’episodio. Si delineavano tre ordini di questioni:

  • Bulega voleva mandare fuori pista Razgatlioglu e farlo scivolare indietro, voleva addirittura farlo cadere, oppure la sua intenzione era provare a sorpassarlo senza nessuna malizia?
  • È stata direttamente la manovra di Bulega a fare allargare e cadere il turco, o l’esito è dipeso in maniera soltanto remota dal gesto del pilota italiano, essendo legato alle diverse dinamiche delle due traiettorie?
  • In quale misura l’operato di Bulega rivela o può diventare una consuetudine del pilota italiano, oppure può rappresentare un cattivo esempio per la futura condotta di gara di altri piloti?

Si tratta, verosimilmente all’insaputa dei giudici, degli interrogativi intorno a cui ruotano i tre fondamentali approcci alla riflessione etica: l’etica delle intenzioni, l’etica delle conseguenze e l’etica delle virtù1. Quando si valuta un’azione, bisogna guardare alle motivazioni, agli esiti o al carattere dell’agente? Ognuno di essi pone difficoltà notevoli. Come si fa, per cominciare, a scrutare le reali intenzioni di qualcuno? Poi, fino a che punto si estende il raggio delle conseguenze di un’azione? Infine, come si fa a stabilirne l’impatto sui comportamenti abituali di un individuo o di altre persone?

Insomma, lo Stewards Panel era di fronte a un problema filosofico non da poco, intensificato dal fatto di dover fronteggiare le pressioni di spettatori, tifosi, team e sponsor. Dopo un confronto durato pochi minuti, si è deciso di infliggere a Bulega un Long Lap Penalty, una punizione che consiste nel fare un giro largo in una parte della pista predisposta, perdendo circa 1.5-2 secondi, e poi nel proseguire normalmente la propria gara. Che cosa rivela questa scelta, anche considerando che, al momento della decisione, Bulega aveva già un vantaggio di circa 4 secondi e non ha dunque avuto problemi a vincere la gara con distacco? 

Evidentemente, i giudici hanno privilegiato l’etica delle intenzioni e non delle conseguenze e delle virtù, stabilendo che si è trattato di un normale e isolato incidente di gara sulla base – possiamo supporre – di considerazioni del genere:

  • Intenzioni. Bulega non voleva far cadere il rivale e ha semplicemente commesso un errore di valutazione, un’imprudenza.
  • Conseguenze. L’effetto del tentato sorpasso era circoscritto al momento del contatto, non riguardava né l’andamento complessivo della gara (altrimenti sarebbero stati quantomeno inflitti più long lap), né la composizione della griglia di partenza di Gara 2, né la lotta per il mondiale più in generale.
  • Virtù. Non serviva una punizione esemplare per evitare che il pilota italiano o altri piloti in futuro prendessero la cattiva abitudine di compiere gesti del genere senza pensarci troppo.

È stata una scelta giusta o no? E lo è stata indipendentemente dal fatto che Razgatlioglu sia riuscito a vincere il mondiale poche ore dopo? In fondo, una vicenda del genere ricorda innanzitutto che giudicare le azioni umane è sempre un esercizio delicato, dove intenzioni, effetti e carattere non si separano del tutto, e che ciascuno di noi è – più o meno consapevolmente – incline a dare peso ora a una sfera e ora a un’altra.

 

NOTE
1. Per esempio, vedi G. De Anna, P. Donatelli, R. Mordacci, Filosofia morale. Fondamenti, metodi, sfide pratiche, Le Monnier, Firenze 2019, pp. 105-202.
[Photo credit Geronimo Giqueaux via unsplash.com]

Giacomo Pezzano

Radical Candor, concettofilo, post-ironico

Se avessi un motto, sarebbe qualcosa come: “non conoscere le idee, ma avere idee!”. Faccio il ricercatore all’Università di Torino e negli anni mi sono occupato soprattutto di antropologia filosofica, filosofia critica e ontologia, cercando di tenere insieme il rigore della ricerca e il mordente della comunicazione. Ho scritto – in ordine sparso – post, […]

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