Di pochi giorni fa è la notizia della scomparsa di Carlo Ginzburg, storico e saggista di fama mondiale. Ottantasette anni, la maggior parte dei quali trascorsi nello studio e nell’approfondimento di fonti storiche e archivistiche. Nato nel 1939 da una famiglia di intellettuali antifascisti, visse in tenera età la persecuzione e l’emarginazione subite dai genitori negli anni del regime fascista. Cresciuto in un ambiente familiare permeato di cultura, si laureò alla Scuola Normale di Pisa, perfezionando gli studi di storia presso prestigiosi istituti di rilevanza internazionale come il Warburg Institute di Londra. Docente di Storia presso le Università di Princeton, Harvard e California, insegnò anche nelle Università italiane di Lecce, Bologna e infine alla Normale di Pisa, dove avrebbe ricoperto per molti anni la cattedra di Storia delle culture europee. Storico, saggista, scrittore e cultore di una materia che lo ha visto conquistare una fama senza precedenti, non è eccessivo definirlo un genio della ricerca storica, capace di cambiare profondamente il modo di interrogare il passato e di interpretarlo da prospettive fino ad allora trascurate
Negli anni Settanta Ginzburg iniziò a mettere in discussione una storiografia costruita quasi esclusivamente attraverso le fonti dei dominanti. Quella che veniva accettata come una verità storica consolidata fu posta sotto la lente di un microscopio. Da quel cambiamento di prospettiva emersero vite, idee e pensieri fino ad allora rimasti ai margini, ovvero quella cultura delle classi subalterne che la storiografia aveva troppo spesso ignorato. In collaborazione con Giovanni Levi e Edoardo Grendi, Ginzburg contribuì alla nascita della microstoria, un approccio che riportava al centro dell’attenzione gli ultimi, gli emarginati e quella parte del popolo che fino ad allora era stata più oggetto che soggetto della narrazione storica. Battesimo della microstoria fu Il formaggio e i vermi (Einaudi 1976), dove Ginzburg diede vita e voce a Menocchio, un mugnaio friulano processato dall’Inquisizione per le sue idee e per le interpretazioni personali dei testi che leggeva nella vita quotidiana. Attraverso le carte del processo, lo storico riportò alla luce punti di vista mai presi in considerazione fino ad allora: idee stravaganti ma coerenti con il contesto culturale del mugnaio, pensieri derivanti da una cultura fino a quel momento esclusa dal panorama sociale e intellettuale. Con una visione profondamente influenzata dal pensiero di Gramsci1, Ginzburg mostrò che le classi subalterne non sono soltanto categorie economiche, ma anche portatrici di sapere, memorie e immaginari che spesso sfuggono agli archivi ufficiali.
Se nei contenuti possiamo intravedere l’eredità del pensiero gramsciano, che gli permise di riportare alla luce verità fino ad allora occultate, restituendo così un po’ di giustizia alla vita e alla sorte degli invisibili, è nel metodo, o meglio nella metodologia della ricerca storica, che spesso viene dimenticato quanto apportato dalla genialità di Ginzburg. La sua ribellione alla narrazione storiografica trionfalistica lo portò infatti a mostrare che gli storici e i ricercatori d’archivio non sono infallibili e che, talvolta, anche il caso può giocare un ruolo importante nel percorso della ricerca. È in questa prospettiva che si inserisce l’opera scritta a quattro mani con Adriano Prosperi, Giochi di pazienza (Quodlibet 2020), nella quale i due studiosi mettono nero su bianco le difficoltà, le sfide, le incertezze e persino gli insuccessi che ogni ricerca storica può incontrare. L’insuccesso stesso diventa così uno strumento di conoscenza, uno stimolo a riconoscere i limiti della ricerca, l’importanza dell’interpretazione e il peso dei pregiudizi che possono influenzare lo sguardo dello storico.
Se da un lato dobbiamo a Ginzburg la capacità di ribaltare la prospettiva della storia, costringendola a mostrare le vicissitudini degli ultimi, degli invisibili e degli emarginati, dall’altro dobbiamo riconoscergli l’onestà e l’umiltà di aver messo a nudo le difficoltà della ricerca della verità storica, troppo spesso presentata come lineare, oggettiva e incontestabile. In un’epoca dominata dagli algoritmi, dalle grandi statistiche e dalle letture aggregate della società, il metodo di Ginzburg ci ricorda che comprendere il mondo significa ancora saper ascoltare le singole vite. Dietro ogni numero vi è una storia, dietro ogni categoria sociale una persona concreta. Nelle ultime pagine di Giochi di pazienza Ginzburg ci ricorda, infine, che la ricerca della verità, al tempo di internet e del digitale, deve essere affrontata con quella che egli stesso definiva una «lettura lenta» (ivi, p. 290): un esercizio di attenzione, dubbio e interpretazione. Più che le risposte, resteranno in eredità le domande che Ginzburg ci ha indicato quali strade da perseguire: chi ha il diritto di raccontare? È possibile una verità neutrale? Chi sono gli esclusi dalle pagine della storia?
NOTE
1. Cfr. P. Burke, La storia culturale, Il Mulino, Bologna 2019, p. 64: «Il formaggio e i vermi può essere definito una storia dal basso, perché si concentra sulla visione del mondo di un membro di quelle che Gramsci chiamava classi subalterne».
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