Ospite qualche giorno fa alla Libreria Lovat di Villorba, abbiamo conosciuto l’autore irlandese Colin Walsh, che sta facendo parlare di sé grazie al suo primo romanzo, Kala (Fazi Editore). Dalla formazione in filosofia al neo mestiere di scrittore, ecco qualche insight sulla sua visione del mondo e della scrittura.
Kala è il tuo primo romanzo. Durante la sua presentazione hai raccontato che è stato un libro molto impegnativo da scrivere e hai paragonato il lavoro dello scrittore a quello dell’architetto. Mi ha molto incuriosita anche il fatto che per affinare la tecnica di scrittore ti sei documentato sul modo di lavorare degli autori dei libri che più ti piacevano. Vorrei chiederti, quindi, quanta parte di spontaneità intravedi nella scrittura e se sei il genere di autore che scrive fiumi di parole ininterrottamente o se hai una scrittura più lenta e ragionata.
Penso che nel processo di scrittura ci debba sempre essere della spontaneità. Il lavoro “architettonico”, strutturale, lo puoi fare in qualsiasi momento (in fila al supermercato, aspettando il treno…), ma credo che non ci sia nulla di più vitale dell’idea non pianificata, della “scintilla” che può nascere solo quando sei alla scrivania, al lavoro. Quando sei davvero “dentro” ai tuoi stessi paragrafi possono accadere cose del tutto inaspettate e travolgenti, che non avresti mai potuto prevedere. Per esempio, non dimenticherò mai quando Donna e Marie entrano per la prima volta nel caffè di Mush. Pensai: «Ma chi sono queste persone?» Ricordo esattamente dov’ero seduto, com’era la luce nella stanza, tutto. Era un martedì. Non l’avevo pianificato: entrarono dalla porta del caffè e trascinarono con sé l’intero romanzo.
Tutto questo per dire che la velocità e il metodo dipendono da dove ci si trova nel processo di un certo progetto. C’è un momento per essere molto lenti e riflessivi: di solito io mi accorgo di lavorare in questo modo quando sono all’inizio di qualcosa – nella sua fase embrionale – e alla fine, in fase di editing, quando è necessaria una rifinitura attenta. Ma c’è anche un momento per essere liberi e spontanei, solitamente quando si ha una certa familiarità con il mondo che stai costruendo, con i personaggi, con la tonalità emotiva ecc. Metà del lavoro consiste nel capire a che punto sei con un testo. Ma la scintilla di spontaneità è essenziale: puoi costruire una bellissima gabbia dorata, ma senza un uccello la gabbia non serve a molto.
La protagonista del romanzo è raccontata attraverso le voci e gli sguardi di altre tre persone, e questo è un espediente narrativo molto intrigante. Perché lo hai scelto? Quanto della nostra identità è costruito dallo sguardo altrui? E quanto secondo te analizziamo quello sguardo per costruire la nostra identità?
Credo che possiamo tutti avere un ruolo consapevole nel modo in cui costruiamo la nostra identità, ma le nostre identità sono anche formate da cose su cui non abbiamo alcun controllo: quando e dove nasciamo, il nostro posto in una famiglia, gli amici che incontriamo a scuola o nel quartiere, le opportunità o le mancanze che incontriamo. Penso che alcune persone diano a ciò più attenzione di altre, ma chi siamo è sempre in qualche modo in movimento. Nel romanzo non esiste una versione finale e statica di Kala, Helen, Joe o Mush. Così come non esiste una versione finale e statica di nessuno di noi. La nostra individualità poliedrica è sempre aperta e in divenire, perché viviamo nel tempo. Una persona non è mai un tutto compiuto, perché, paradossalmente, stiamo sempre diventando ciò che siamo. Eppure, gran parte del momento culturale che stiamo vivendo è organizzato attorno all’idea che ciò che siamo “davvero” sia in qualche modo rigido e dato, come se la nostra identità possa esistere in maniera indipendente dalle relazioni. Questo è un modo di pensare fatalistico, che suggerisce che nulla e nessuno possa mai cambiare veramente e che le persone, in ultima analisi, siano riducibili dal plurale al singolare. E questa non è mai stata la mia esperienza, con nessuno. Chi siamo come individui dipende sempre dagli incontri con ciò che va oltre la nostra individualità. Nel romanzo, Helen, Joe e Mush non sono dei sé atomizzati e statici, ermeticamente impermeabili tra loro: è solo attraverso i vari incontri – con Kala, tra di loro, con la loro città, le loro famiglie, i loro passati ecc. – che essi continuano a diventare chi sono.
Nel libro emerge anche un aspetto sociale importante, e non a caso hai scelto come ambientazione una cittadina della provincia irlandese fittizia. Possiamo parlare di una vera e propria denuncia sociale? E di quali aspetti in particolare?
Qualcuno una volta mi ha detto che Kala avrebbe potuto essere ambientato solo in Irlanda. Non ne sono così sicuro. Credo che ogni paese abbia una sua versione della tensione, o dell’ipocrisia, che si ritrova nel testo: una superficie sorridente e soleggiata che, sotto, nasconde un’ombra terrificante. Penso che sia questo a conferire una forza emblematica alle storie sul lato oscuro dei paesi piccoli e pittoreschi. Pensiamo, per esempio, alle scene iniziali di Blue Velvet di David Lynch: veniamo prima introdotti a questo spaccato idilliaco di un’America da cartolina, poi la macchina da presa scende lentamente sotto lo steccato bianco, zoomando nell’erba, e ci si trova di fronte all’orrore degli insetti che si divorano a vicenda.
Non si può, però, negare che in Kala ci siano certe oscurità tipicamente irlandesi, un mantra ripetuto (“va tutto bene”) mentre si distoglie lo sguardo da realtà inquietanti. C’è un tipo di misoginia collettiva pervasiva che si manifesta in moltissimi livelli della società e che, nel libro, raggiunge la sua forma più acuta e orribile nella situazione familiare di Kala. Qualsiasi irlandese che non stia mentendo a se stesso guarderebbe ai momenti più oscuri di Kala e direbbe: «Ah sì, certo».
Ciò che per me era importante, però, era che il libro non assumesse una posizione moralistica, che puntasse il dito a un’intera società dicendo: «Ma quanto siete spregevoli?» Non mi piacciono i libri che lo fanno. Non credo che sia una posizione valida per nessun artista, perché si instaura immediatamente un rapporto condiscendente con il materiale e il pubblico, posizionandosi come una sorta di autorità che insegnerà alla gente cosa è giusto e cosa è sbagliato. In parte, è per questo che tutti i personaggi di Kala, anche quelli più facili da amare, sono in qualche modo coinvolti nelle cose torbide che accadono, anche solo per una passività nei confronti di esse. È così che funzionano queste dinamiche, con la complicità collettiva. Certamente ci sono enormi pressioni strutturali che rendono tutto ciò possibile, ma tali strutture funzionano solo perché c’è il tacito accordo tra intere comunità di tollerare certi orrori perché, se non lo si facesse, sarebbero guai per tutti. Ed è così che eventi terribili si perpetuano, per anni e anni.
Una piccola curiosità: pensi che il libro avrebbe funzionato, per l’atmosfera e l’intenzione che gli hai dato, anche con un protagonista maschile? Cioè, ritieni che l’immagine che hai voluto ricostruire di Kala e della sua storia attinga da topoi e da modelli letterari, se non da veri e propri stereotipi della donna misteriosa e sfuggente?
È una bella domanda. Penso che il romanzo giochi con certi archetipi, ma volevo decisamente che fosse una sovversione del cliché della “ragazza morta”. Lo conosciamo tutti: una bella ragazza non è altro che un elemento narrativo usato per dare il via a una storia, ma questa poi fondamentalmente si disinteressa a quella ragazza come essere umano multidimensionale. Era esattamente quello che non volevo fare. Ho citato David Lynch prima: ci sono tanti modi in cui Twin Peaks ha influenzato Kala, ma se dovessi sceglierne uno sarebbe il modo in cui Lynch si avvicina al personaggio di Laura Palmer, in particolare in Twin Peaks: Fuoco cammina con me. Laura ha un peso emotivo e una complessità straordinari: non capisco come si possa guardare Twin Peaks senza sentire il vero amore e il dolore del suo autore per lei. Laura è un personaggio a tutto tondo, un essere umano imperfetto e ribelle che non muore mai davvero (al contrario, dice: «Sono morta, eppure vivo»), che torna continuamente a tormentare la comunità complice negli orrori della sua vita e della sua morte. Volevo esplorare questa idea di un individuo multidimensionale e complesso intrappolato nelle fauci di una società grezza, riduttiva e corrotta. Non sono sicuro che Kala funzionerebbe altrettanto bene con un protagonista maschile, perché sarebbe una storia molto diversa, con diverse dinamiche e forme diverse di pressione e prigionia. Ma aggiungerei che una volta, dopo un evento a Manchester, una donna mi si è avvicinata in lacrime. Mi ha detto: «Ho conosciuto molti Aidan nella mia vita». Anch’io. Penso che valga la pena riflettere su Aidan da questo punto di vista. Tutti abbiamo conosciuto qualche Aidan: questi ragazzi che vengono masticati e risputati da una versione distorta della mascolinità.
Il tuo background filosofico ha avuto una sua influenza nel libro? Intendo sia come scrittura che come progetto.
In termini di stile e concept del libro in sé, non saprei. Forse sì, nel senso che la “verità” umana non è un fatto statico e al di fuori della storia, ma una relazione tra prospettive inconciliabili, che si dispiega e si trasforma nel tempo. Forse. A dire il vero, credo che la filosofia mi abbia dato molti degli strumenti per scrivere il libro – in termini di pazienza, disciplina, di essere “deliberatamente perso” per molta parte del tempo, ecc. – ma non scrivo in modo filosofico, se ciò ha senso. Non cerco di fare filosofia nella narrativa. La mia scrittura non viene da un luogo particolarmente intellettuale. Non ho quel tipo di mente o di talento. Forse c’è una dimensione filosofica inevitabile che fa da sfondo a tutta la mia narrativa, ma cerco davvero di non pensarci. Sarebbe come pensare al proprio corpo mentre si balla: ti impedirebbe di ballare.
Durante la presentazione hai raccontato che hai deciso di rinunciare al dottorato negli Stati Uniti e hai scelto di seguire l’istinto che ti portava verso una vita da narratore. Pensi che comunque sia rimasta in qualche modo la filosofia nella tua vita quotidiana e nel tuo lavoro?
Assolutamente, senza dubbio. Per dirla in termini molto banali, sia la filosofia che la scrittura sono atti in cui ci si protende verso qualcosa che si percepisce ma non si riesce del tutto ad afferrare. Richiede molto tempo, pazienza e impegno, e per quanto si avanza, si è sempre un po’ in difetto. Ma c’è un vero piacere nello sforzo, nell’epifania di un’improvvisa intuizione. Credo che la filosofia mi abbia dato una prospettiva dalla quale guardare il mondo. Mi ha dato una posizione da cui muovermi. Alla fine, il luogo in cui avevo bisogno di muovermi era la narrativa, ma… avevo molte ragioni filosofiche per farlo [ride]. Ho incontrato molte persone che sono veri filosofi; persone che sono autentici artisti dell’intelletto. Io non lo sono. Non ho quel talento, non ho quel rigore. Ma non potrei fare quello che faccio ora senza la filosofia. È come una filigrana che riecheggia in tutto ciò che faccio nella mia vita.
Photo credit: (c) Rein de Wilde