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Tutorial: da dono a consumo, da esperienza a informazione.

«Imparare a vivere con un tutorial», canta Ditonellapiaga nel suo singolo da poco presentato al Festival di Sanremo, restituendo un’immagine precisa del nostro tempo: una quotidianità in cui apprendere sembra essere diventato immediato, accessibile, quasi automatico. Eppure, non è lontano il tempo in cui corsi online e tutorial non esistevano, e le cose si imparavano soltanto in presenza, quando possibile e soprattutto lentamente. Il sapere quotidiano si trasmetteva attraverso piccoli gesti spesso transgenerazionali: dalla nonna che impastava il pane a un genitore alle prese con lavori di manutenzione domestica. Ogni gesto era accompagnato da storie già vissute, da una voce, da una presenza: elementi che componevano l’esperienza.

Se da un lato il digitale sembra aver agevolato l’apprendimento, soprattutto quello scolastico, rendendolo più accessibile e spesso più motivante1, dall’altro ci si può domandare cosa si stia perdendo lungo questo processo, soprattutto quando l’insegnamento digitale invade ambiti che fino a poco tempo fa costituivano un sapere tramandato nella vita quotidiana. Quando un video di pochi minuti promette, e spesso riesce, a insegnarci qualsiasi cosa, dal cucinare un piatto al programmare un software complesso, diventa difficile non cedere. La conoscenza si fa immediata, accessibile, quasi democratica. E in effetti lo è. Ma in questo passaggio qualcosa sembra trasformarsi.

Imparare da una persona non significa acquisire soltanto un gesto: significa ricevere sfumature, errori, piccole variazioni, e soprattutto tempo. Il tempo dell’esperienza sedimentata, ciò che conferisce valore ai gesti tramandati. Il sapere, così inteso, diventa un dono. L’antropologo Marcel Mauss lo definiva hau: qualcosa che accompagna ogni dono e che trattiene una parte di chi lo offre, racchiusa nel tempo e nell’impegno impiegati2. Il dono, in questo senso, crea legami e genera memoria. Nei tutorial, invece, il risultato è ottimizzato: efficiente, ridotto a passaggi chiari, immediatamente replicabile. Un sapere utile, ma spesso ridotto a informazione. Già nel Novecento Walter Benjamin osservava come la modernità stesse progressivamente perdendo la capacità di scambiarsi esperienze. L’esperienza, scriveva, è ciò che passa di bocca in bocca, attraverso il racconto e la relazione tra chi ha vissuto e chi ascolta3. Quando questa catena si interrompe, il sapere tende a ridursi a informazione. È qui che emerge la frattura: l’informazione può essere trasmessa rapidamente, replicata all’infinito, consumata e dimenticata; l’esperienza, invece, richiede tempo, nasce dalla vita vissuta e si sedimenta nella memoria.

Nel momento in cui il tutorial si appropria della forma dell’esperienza, ne svuota però il contenuto, trasformandolo in qualcosa di consumabile. Ciò che un tempo era trasmissione lenta, carica di presenza, errore e relazione, diventa un prodotto ottimizzato, confezionato per essere fruito rapidamente e replicato all’infinito. L’esperienza viene così simulata: resa accessibile, ma al prezzo della sua profondità. Il tutorial non è più soltanto uno strumento di apprendimento, ma entra nella logica della merce. Il sapere si trasforma in contenuto, e il contenuto in valore misurabile attraverso visualizzazioni, like, condivisioni. In un’ottica marxista si produce così una forma di feticismo dove non è più il gesto, né la conoscenza in sé, ad avere valore, ma la sua rappresentazione e la sua capacità di circolare e accumulare attenzione. In questo processo si insinua una nuova forma di alienazione. Chi apprende è separato dall’esperienza reale del fare, ridotto a spettatore di una competenza che appare immediatamente raggiungibile, ma che spesso resta superficiale. Chi insegna, a sua volta, è spinto a modellare il proprio sapere secondo logiche di visibilità ed efficienza, sacrificando complessità e autenticità. Il rapporto tra chi trasmette e chi riceve si dissolve, sostituito da una relazione mediata, impersonale, standardizzata.

Si compie così un passaggio decisivo: dal sapere come dono, capace di creare legami e memoria, al sapere come informazione utile, rapida, consumabile e dimenticabile. Il sapere circola più che mai, ma proprio in questa circolazione incessante rischia di svuotarsi. E allora la domanda resta aperta: se oggi, come canta Ditonellapiaga, possiamo imparare qualsiasi cosa da un tutorial, cosa resta davvero di ciò che apprendiamo? Forse la sfida non è opporre esperienza e tutorial, ma trovare un modo per farli dialogare, senza perdere quel tempo condiviso che trasforma un gesto in memoria, una memoria senza tempo.

 

NOTE
1. Cfr. T. Festl‑Wietek, N. Kern, R. Erschens, J. Griewatz1, S. Zipfel, A. Herrmann‑Werner, Online student tutorials for effective peer teaching in digital times: a longitudinal quantitative study, in “BMC Medical Education”, 22 (1), settembre 2022.
2. Cfr. M. Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, Torino 2002, pp. 16-17.
3. Cfr. W. Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, Einaudi, Torino 2011, p. 9.
[Photo credit Vitaly Gariev via unsplash.com]

Alessio Ruizzo

Persuasivo, disordinato, idealista

Soprannominato Benjamin Button; classe ’88, anche se il soprannome lascia supporre che ne dimostri molti di più: chi dice per saggezza, chi per il numero di capelli bianchi. Ho trascorso una parte della mia vita cercando il mio posto nel mondo, senza mai riuscirci del tutto. Originario della provincia di Caserta, vivo a Nonantola, in […]

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