Nella società contemporanea si avverte un disagio che accomuna molte persone appartenenti alla generazione millennial: un’inquietudine silenziosa che spinge a trasformare ogni gesto in un atto potenzialmente performativo. Questa tendenza riflette una trasformazione antropologica profonda, che rievoca la perdita di ciò che molti filosofi hanno chiamato vita contemplativa: quella dimensione in cui l’attività umana ha valore in sé, e non per i risultati o i riconoscimenti che può generare. Abbiamo smarrito la capacità di sostare nell’esperienza, ingabbiati da tensione costante tra il vivere e il performare.
L’atto di leggere un libro evolve repentinamente nella possibilità di scriverne, citare, condividere; così anche una passeggiata diventa occasione per catturare immagini che documentino e rendano pubblica un’emozione. Non ci sentiamo mai davvero soli: abbiamo interiorizzato uno sguardo, una sorta di tribunale immaginario che osserva, valuta, giudica e che ci spinge a portare il valore di ogni cosa al di fuori di essa, verso un fine altro, misurabile ed esposto. La spinta alla produzione performativa ha gettato in noi radici profonde, ha occupato anche i nostri spazi più intimi, invadendo la forma stessa del nostro pensare.
La conseguenza di questo fenomeno è duplice: da un lato si produce una diffusa ansia da prestazione, un opprimente slancio continuo verso l’esternazione di pensieri e azioni, che impedisce di essere davvero presenti a noi stessi nel momento unico ed irripetibile che stiamo vivendo. Dall’altro, ogni esperienza perde il suo valore intrinseco, perché anticipata e contaminata dalla sua possibile capitalizzazione – simbolica, culturale o sociale, proiettata continuamente verso una possibile utilità quantificabile ai fini dell’ottimizzazione di un prodotto. Il pensare, il fare, il guardare, l’ascoltare: tutto diviene un potenziale prodotto confezionabile e vendibile.
Tale meccanismo, che si inscrive in una logica neoliberista pervasiva, trasforma la nostra intimità in territorio colonizzato da metriche e visibilità. Negli anni ’30 del secolo scorso, Walter Benjamin affermava che l’aura dell’opera d’arte si dissolve nella sua riproducibilità tecnica (cfr. W.Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966); oggi potremmo parafrasare sostenendo che è l’aura dell’esperienza stessa a dissolversi, nell’istante in cui la concepiamo come qualcosa da utilizzare e commercializzare. L’esperienza si sgretola nel momento stesso in cui smette di essere fine a se stessa.
Viviamo, dunque, un paradosso tragico: nel tentativo di trattenere, valorizzare, rendere significative le cose, le svuotiamo; ogni gesto diventa un investimento narrativo potenziale, anche quando vorremmo semplicemente abitare il nostro tempo.
Tutto ciò genera un profondo senso di angoscia, che, molto spesso, rimane taciuto, nascosto, oscurato. È la percezione di una possibilità esistenziale che abbiamo smarrito. Kierkegaard chiamava angoscia (cfr. S. Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia, SE, Milano 2024) proprio questa vertigine, il riconoscimento di ciò che potremmo essere e non siamo: una condizione umana sospesa tra finito e infinito. Secondo l’autore danese, l’esistenza dell’essere umano è soprattutto libertà e, dunque, poter-essere: la possibilità si può configurare come paralisi nella non-scelta e divenire una minaccia del nulla. L’angoscia dunque è proprio questo puro sentimento del possibile.
Nel delinearsi dell’angoscia rispetto alle proprie possibilità, i social media offrono l’illusione di una vita altra, una fuga da sé che tuttavia rafforza la stessa dinamica a cui vorremmo sottrarci. La dimensione esistenziale online è ciò che ha permesso alla tensione tra vivere e performare di espandersi e ramificarsi capillarmente verso ogni aspetto della vita, tuttavia Colamedici e Gancitano ci ricordano che «ciò che rafforza la società della performance non è il progresso tecnologico, ma è la meccanica della nostra mente […]. La performance non è nient’altro che il senso della pratica totale di una formazione economico-sociale, del suo impiego del tempo» (A. Colamedici, M. Gancitano, La società della performance, Tlon, Roma 2018, p. 28).
Il nucleo della questione, dunque, non è la tecnologia in sé, ma la logica che vi abbiamo inscritto. Abbiamo organizzato la nostra vita in modo tale da renderla leggibile, valutabile, sempre aperta alla misurazione. Ma se è vero che viviamo un tempo di iper-esposizione e performatività, è altrettanto vero che esiste ancora la possibilità di coltivare spazi opachi, margini di presenza non utilitaristica per coltivare i quali non è necessaria una fuga totale dal digitale, quanto piuttosto la consapevolezza e la disposizione verso atti di resistenza intima: possiamo abitare il nostro tempo in modo critico, aprendo spazi inusuali e sottraendo pensieri, parole e gesti alla logica della produttività. In quest’ottica, la nostalgia che proviamo può essere trasformata in bussola: indica non solo ciò che ci manca, ma anche la direzione verso cui desideriamo andare.
NOTE
[Photocredit Jordan Madrid via Unsplash]