Il futuro del genere umano ruota attorno alla speranza. Quella che Pandora lascia distrattamente dentro al vaso che custodiva tutti i mali del mondo – e già qui dovremmo fermarci e chiederci perché la speranza fosse mescolata a vari tipi di male. Forse perché a volte la speranza è passiva, immobile; quella che ci si aspetta da coloro che il giornalista e attivista Alexander Langer chiamava «Hoffnungsträger»1, “portatori di speranza”.
I portatori e le portatrici di speranza sono attivisti per la pace, costruttori di ponti fra comunità, persone che resistono alla logica della guerra, del profitto, del razzismo, cittadini e cittadine che scelgono una «conversione ecologica» (così la chiamava Langer) profonda e quotidiana. Ben vengano, quindi, i portatori di speranza. Ma guai a lasciarli soli a sperare. In un bellissimo libro, Hope in the Dark, la scrittrice Rebecca Solnit spiega che la speranza non è un biglietto della fortuna che ti arriva mentre stai seduto sul sofà: è piuttosto «l’ascia con cui distruggi una porta in caso di emergenza» (cfr. R. Solnit, Hope in the Dark, 2016). Non è un’attesa, è un’azione: in questo si distingue dal pessimismo e anche dal cieco ottimismo, che sono entrambi privi di azione. Per questo il filosofo Salvatore Natoli parla di perseveranza come “forma attiva” della speranza, perché «sperare è un sentire, perseverare è un agire» (cfr. S. Natoli, Perseveranza, Il Mulino, Roma 2014). Ma anche così formulata, la speranza non è un’”ultima dea”, come dicevano gli antichi, cioè l’ultimo “agente esterno” potente a cui appellarsi: dev’essere fatto collettivo, comunitario.
Questo perché a volte succede che il portatore di speranza si ammali, scivoli in un silenzio in cui non sente più le voci di nessuno, perché, come scrive Eva Mejer in un bellissimo libro che descrive a tratti delicati gli stati depressivi, «ci sono baratri in cui gli altri non possono raggiungermi» (E. Mejer, I limiti del mio linguaggio, Nottetempo, Milano 2024, p. 89). Questo è probabilmente ciò che è successo a Langer all’inizio degli anni Novanta, e infatti risultano giustamente profetiche le parole che lui stesso utilizzò nel 1992 per il commiato della politica e attivista tedesca Petra Kelly (la quale, guarda caso, nel 1984 aveva pubblicato un libro intitolato Lottare per la speranza): «Forse è troppo arduo essere individualmente dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere». Parla evidentemente per esperienza: nei suoi scritti personali, il 4 marzo 1990 Langer chiede a sé stesso: «Da dove prendi le energie per “fare” ancora?».
Risposta: dagli altri. In proposito Mejer scrive: «Nell’incontro con gli altri si racchiude la speranza. Anche l’attivismo può esserci d’aiuto. Leghiamo il nostro cuore a una causa, facciamo in modo che sia parte del nostro destino. Perché essere depressi e basta non ci salverà. Impegnarsi è una forma di resistenza, non solo contro le istanze che consideriamo ingiuste, ma anche contro il nostro stesso precipitare a fondo. Siamo tutti legati gli uni agli altri, il mondo è la nostra casa» (E. Mejer, op.cit., p. 97-98). Solo che questi “altri” non devono solo esistere: bisogna averli attivamente vicino. I portatori e le portatrici di speranza non hanno bisogno di ricevere un cinque mentre stanno affondando, ma di una mano che li tenga a galla, ed eventualmente che li tiri fuori; in un chiacchiericcio di parole entusiaste e d’incoraggiamento, la solitudine dell’agire uccide. Letteralmente.
In Italia suscitano più sdegno degli attivisti climatici che, per attirare attenzione sul fallimento della Cop28, spargono un liquido verde biodegradabile in Canal Grande2 rispetto a quella fitta rete di industriali che, con la connivenza pubblica, dall’inizio del Novecento ha avvelenato tutta la laguna veneziana – vite vegetali, animali e umane insieme – con l’istituzione del petrolchimico di Porto Marghera. I giovani, con l’ecoansia alle stelle3, vengono abbandonati e tacciati di essere fragili, come se la loro fragilità fosse imputabile a loro stessi e non a un contesto che sta mandando in pezzi il mondo in cui dovrebbero abitare ancora per decenni. I portatori di speranza sono marginalizzati nel discorso pubblico e politico che li spinge dalla parte del torto, se non del ridicolo, per difendere un modello di vita capitalista che ci allontana come individui e che distrugge la forza delle comunità.
I portatori e le portatrici di speranza non devono essere lasciati soli, perché solo se portata da soli la speranza è quel fardello insopportabile degno del vaso di Pandora. Non chiediamo loro “come fai” o “chi te lo fa fare”: facciamo anche noi, un pochino tutti e tutte insieme.
NOTE
1 – Questa e le successive citazioni di Alexander Langer appartengono a scritti raccolti in A. Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio, Palermo 2011.
2 – Era il 2023. La notizia qui
3 – Ad oggi ci sono diversi studi, nazionali e internazionali, sull’ecoansia. Da un rapporto Unicef e YouTrend del 2024, per esempio, emerge che il 29% di chi ha 18-23 anni ritiene il cambiamento climatico il problema più grande che il mondo si trova ad affrontare e l’8% degli intervistati tra i 18 e i 30 anni ha sintomi di ecoansia tutti giorni fino a una volta a settimana. Ancora più significativo, il 32% delle persone tra 18 e 45 sono scoraggiati dall’idea di fare figli a causa del cambiamento climatico (qui per approfondire). Più in generale, Istat nel 2025 dichiara che Il 58,1% della popolazione esprime preoccupazione per i cambiamenti climatici, valore stabile rispetto al 2023 (qui per approfondire). A livello internazionale, nel 2021 la rivista “The Lancet Planetary Health” ha condotto uno studio su ragazzi tra i 16 e i 25 anni di dieci diversi Paesi, dal quale si evince che oltre la metà degli intervistati si definisce molto o estremamente preoccupata per il cambiamento climatico, e che per il 45% l’ansia climatica colpisce direttamente la quotidianità; in particolare, il 58% ritiene che i governi stiano tradendo la loro e le generazioni future, mentre il 64% afferma che i propri governi non stanno facendo abbastanza per evitare una catastrofe climatica (qui per approfondire).