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Sempre produttivi, mai vivi: l’ossessione della hustle culture

La pausa pranzo diventa loccasione per seguire un corso online. Il tragitto in metro si trasforma in tempo per rispondere alle email. Il weekend? Perfetto per il side hustle, quel progetto parallelo che un giorno forse renderà abbastanza da lasciare il lavoro principale. Ogni momento libero viene riempito, ottimizzato, reso produttivo. Rilassarsi diventa fonte di senso di colpa: si potrebbe fare qualcosa di utile, imparare una nuova skill, costruire il proprio personal brand. La cultura della produttività costante permea ogni aspetto della nostra esistenza, presentandosi come via verso il successo e la realizzazione personale. Ma siamo davvero più liberi e realizzati? O abbiamo semplicemente ridotto tutta la nostra vita a ununica dimensione alienante?

Hannah Arendt, filosofa del Novecento, ha offerto in Vita activa una distinzione fondamentale per comprendere lesistenza umana. Arendt individua tre dimensioni della vita: il lavoro, lopera e lazione. Il lavoro corrisponde alle attività necessarie alla sopravvivenza biologica, quelle che consumiamo immediatamente e che dobbiamo ripetere continuamente per restare in vita. Lopera è la creazione di oggetti duraturi che sopravvivono al loro creatore e costruiscono il mondo umano comune. Lazione, infine, è la dimensione politica e relazionale, lo spazio della libertà in cui ci relazioniamo con gli altri come persone uniche. Come scrive Arendt, «lopera delle nostre mani, distinta dal lavoro del nostro corpo, fabbrica linfinita varietà di cose la cui somma totale costituisce lartificio umano» (H. Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 2017, p. 94). Per Arendt, una vita pienamente umana richiede tutte e tre queste dimensioni. Il problema della modernità è che il lavoro ha colonizzato tutto il resto.

La hustle culture contemporanea rappresenta il trionfo definitivo di questa colonizzazione. Tutto viene ridotto a lavoro nel senso arendtiano: attività che serve alla sopravvivenza, che si consuma immediatamente e deve essere ripetuta allinfinito. Il side hustle non è creazione di unopera duratura ma produzione di reddito. Il personal brand non costruisce relazioni autentiche ma mercifica la nostra identità. Persino gli hobby vengono trasformati: non si dipinge più per il piacere di creare ma per vendere su Etsy, non si corre più per stare bene ma per ottimizzare le prestazioni con app e smartwatch. Ogni attività deve giustificarsi producendo qualcosa di misurabile, preferibilmente monetizzabile.

Questa riduzione ha conseguenze profonde. Quando tutto diventa lavoro, perdiamo la dimensione dellopera. Non creiamo più nulla di veramente duraturo, nulla che possa sopravviverci e contribuire al mondo comune. Produciamo contenuti effimeri per i social media, report che nessuno rileggerà, prestazioni che svaniscono non appena terminate. Come nota Arendt, il lavoro appartiene al ciclo biologico del consumo: si produce per consumare e si consuma per produrre ancora. È un circolo infinito e privo di senso, dove nulla permane. La hustle culture ci intrappola in questo ciclo presentandolo come libertà imprenditoriale, quando in realtà è la forma più raffinata di alienazione.

Ancora più grave è la perdita della dimensione dellazione. Arendt considerava lazione la più alta forma di vita umana: quello spazio di libertà in cui ci riveliamo agli altri nella nostra unicità, in cui partecipiamo alla costruzione del mondo comune attraverso la politica e le relazioni autentiche. Ma quando ogni momento deve essere produttivo, quando persino le amicizie diventano networking e le cene occasioni di business, lazione scompare. Non abbiamo più tempo per la vita contemplativa, per conversazioni che non servono a nulla, per limpegno politico disinteressato. La logica produttivistica riduce anche le relazioni umane a strumenti: non incontriamo persone ma opportunità, non costruiamo legami ma contatti utili.

Il paradosso è che questa ossessione per la produttività ci rende meno liberi, non più. Arendt ci ricorda che la libertà autentica non sta nel produrre incessantemente ma nellavere lo spazio per agire, per creare opere che durano, per esistere oltre la mera sopravvivenza biologica. Resistere alla hustle culture significa recuperare queste dimensioni perdute. Significa permettersi momenti di vera inattività, non come ottimizzazione delle performance future ma come fine in sé. Significa creare qualcosa senza domandarsi immediatamente come monetizzarlo. Significa coltivare relazioni che non servono a nulla se non a renderci più umani. La vera produttività, quella che Arendt chiamerebbe opera e azione, richiede proprio quegli spazi vuoti che la cultura contemporanea ci insegna a temere. Solo nel vuoto, nel tempo non ottimizzato, possiamo tornare a essere qualcosa di più che macchine da lavoro: possiamo tornare a essere persone che agiscono, creano e si relazionano autenticamente con il mondo.

 

NOTE
[Photo credit Debora Bacheschi via unsplash.com]

Bianca Lerma

Bianca Lerma

solare, riflessiva, curiosa

Sono Bianca Lerma, scrittrice e poetessa. Vivo a Milano, ma amo viaggiare e conoscere culture, tradizioni e popoli diversi: ogni incontro arricchisce l’animo. Sono solare, ma profondamente riflessiva. È questa doppia natura che mi ha spinto ad annotare i pensieri, finché quelle note non hanno cominciato a trasformarsi in poesia. Scrivere è il mio modo […]

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