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Oltre l’inclusione. Linguaggio e norma in dialogo con Vera Gheno

Il 14 gennaio 2026, all’interno del progetto europeo I.N.S.P.I.R.E. – Inclusive Sports Programs for Individuals with Autism1, si è svolto un incontro dedicato al tema dell’inclusione. Il titolo Oltre l’inclusione. Il linguaggio ampio per ripensare i nostri paradigmi cognitivi e sociali ha indicato fin da subito una direzione chiara e ambiziosa: interrogare il linguaggio, nella consapevolezza che le parole non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono in modo tangibile a costruirlo.

Ospite dell’incontro è stata Vera Gheno, sociolinguista, traduttrice e ricercatrice, che nel suo ultimo libro Nessunə è normale (De Agostini 2025) invita a decostruire alcune delle categorie che più facilmente diamo per scontate. Il punto di partenza della riflessione è stato un termine solo in apparenza neutro: normale. Un vocabolario sincronico restituisce infatti due significati principali dell’aggettivo: da un lato, ciò che è “conforme a una regola o all’andamento consueto di un determinato processo”; dall’altro, ciò che “serve a dare una norma”. La scrittrice ha così messo in evidenza come ci troviamo di fronte a un concetto intrinsecamente circolare: normale è ciò che si conforma alla norma e, allo stesso tempo, ciò che la produce. Una norma che si autoalimenta e che, proprio per questo, tende a naturalizzarsi e a presentarsi come neutra, quando in realtà è un costrutto culturale che riflette rapporti di potere, abitudini storiche ed esclusioni sedimentate2.

Dopo aver passato in rassegna sinonimi e contrari di normale, l’attenzione si è soffermata su un altro aggettivo particolarmente significativo: diverso. Non si tratta di un vero e proprio contrario, ma di una parola che nel linguaggio comune viene spesso utilizzata per riferirsi agli esseri umani. È in questo scarto semantico che prende forma la figura del “diverso”: colui o colei che devia, che si discosta, che non rientra nei parametri attesi. Non una semplice descrizione quindi, ma una categoria che produce effetti concreti, tanto sul piano individuale quanto su quello collettivo. Pensare la diversità unicamente come deviazione dalla norma significa rafforzare l’idea di un centro legittimo e di una periferia da gestire o addirittura correggere. È proprio qui che si innesta un altro concetto chiave emerso durante la serata: quello di alterizzazione (dall’inglese othering)3, ovvero il meccanismo linguistico e simbolico che divide il mondo in un “noi” e un “loro”, trasformando alcune persone in un altro-da-noi.

Curioso è stato scoprire che queste dinamiche non sono soltanto culturali, ma anche biologiche. Come ha osservato Gheno4, l’essere umano è programmato per riconoscere le differenze e percepirle come potenzialmente pericolose: non si tratta di ostilità innata, ma di una preferenza istintiva per ciò che appare simile a sé. A orchestrare queste reazioni è l’amigdala, la struttura cerebrale che distingue tra in-group e out-group. Riconoscere questa dimensione non giustifica l’esclusione, ma mostra che convivere con la differenza richiede una fatica razionale: sospendere gli automatismi, interrogare le proprie emozioni e assumersi una responsabilità consapevole. 

Da qui il passaggio, tutt’altro che scontato, che conduce al superamento del concetto di inclusione. Gheno ne ha scoperchiato le ambiguità: spesso, “includere” significa mantenere intatta la gerarchia tra chi ha il potere di accogliere e chi può solo essere accolto. Anche le pratiche più benintenzionate rischiano così di scivolare nel paternalismo, trasformando la differenza in un problema da “sistemare”. A questo modello viene contrapposto quello della convivenza: uno spazio orizzontale in cui non esistono ospitanti e ospitati, ma persone che partecipano con piena agentività alla costruzione delle regole comuni. Ed è proprio in questa prospettiva che si colloca l’idea di linguaggio ampio: un approccio che non prescrive né giudica e non impone liste di parole vietate, ma si interroga continuamente sul proprio impatto. 

Questa riflessione si è intrecciata inevitabilmente con l’attualità. Il lancio della Barbie autistica da parte di Mattel è emerso come esempio emblematico di un tentativo di inclusione a tutti i costi: un’operazione simbolicamente potente, capace di agire sull’immaginario, ma pur sempre inscritta in una logica di profitto. Vera Gheno ha richiamato qui le riflessioni di Fabrizio Acanfora – che proprio quel giorno ne aveva scritto in un articolo5 – per sottolineare un punto cruciale: quando l’inclusione diventa un prodotto anziché un diritto, la sua stabilità è fragile. La rappresentazione non può sostituire le politiche pubbliche, i servizi o l’abbattimento delle barriere. Senza questo cambiamento strutturale, il linguaggio rischia di essere assorbito dal branding, riducendo la neurodivergenza a un mero segmento di consumo.

In chiusura, siamo tornate a un punto essenziale: curare il linguaggio può sembrare un esercizio di stile, e certamente non basta. Eppure, il modo in cui abitiamo le parole modella il modo in cui incontriamo gli altri. In un’epoca segnata da polarizzazione e aggressività, ripensare il lessico non è un’operazione estetica, ma un gesto profondamente pratico. E accettare che da vicino nessuno è normale — come suggerisce Basaglia — è il primo passo per smettere di misurare le esistenze su una norma prestabilita e iniziare, finalmente, a praticare una vera e propria convivenza.

 

NOTE
1. Il progetto INSPIRE, promosso da Sport Hub SSD Impresa Sociale e finanziato dal programma Erasmus+ Sport, ha trasformato i Comuni trevigiani di Mareno di Piave, Santa Lucia di Piave, Susegana e Vazzola in un laboratorio sperimentale di inclusione sportiva per ragazze e ragazzi con disturbo dello spettro autistico, mettendo in dialogo territori, associazioni e partner europei.
2.; 3.; 4. Cfr. V. Gheno, Nessunə è normale, alfabeto Utet De agostini, 2025, pp. 21-23; p.31; p. 27; 147-153.
5. Fabrizio Acanfora è uno scrittore, blogger e attivista italiano, conosciuto per la sua attività di divulgazione scientifica riguardante lo spettro autistico. Qui l’articolo.
[Photocredit by Miles Peacock via Unsplash]

Chiara Frezza

entusiasta, sbadata, riflessiva

Sono Chiara e ho 26 anni. Vivo a Soligo, un piccolo paese ai piedi delle colline del Prosecco. Nel 2022 mi sono laureata in Scienze filosofiche presso l’Università degli studi di Padova specializzandomi in estetica e filosofia del linguaggio. Attualmente frequento un master in discipline pedagogiche e da poco più di due anni sono un’insegnante […]

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