La tesi di questo articolo la potete confermare (o confutare) con i vostri stessi occhi. Vi invito a fare questo esercizio alla prossima occasione in cui sarete per le strade della vostra città, oppure potete sperimentarlo fin da subito con uno sforzo di memoria visiva. Siete, dunque, nella vostra città (o quella che avete come principale riferimento, se vivete in campagna): dove potete trovare un posto all’ombra dove sedervi senza dover consumare? In quali luoghi vedete socializzare i giovanissimi, che siano protetti e gratuiti? O dove potete voi socializzare, praticare sport, riposarvi, senza strisciare la carta? Dove vanno a studiare i ragazzi senza che sia necessario pagare una consumazione? Quante sono le strade dove vi sentite sicuri di usare la bicicletta? Fino a che ora vi sentite tranquilli (e soprattutto tranquille) a stare fuori casa da sole a piedi? Dove potete andare a cercare del refrigerio o un po’ di calore, in base alla stagione? Dove vi capita di trovare un volto conosciuto che vi saluta e vi rivolge due parole, senza che sia un amico o un conoscente?
Probabilmente non vi sono venuti in mente molti spazi di questo tipo, e infatti negli ultimi due-tre decenni, nelle nostre città ce ne sono sempre meno; probabilmente obietterete che mettendo mano al portafoglio si può ottenere tutto (o quasi), il che significa, però, che vi siete convinti che i vostri diritti di cittadine e cittadini si ottengano pagando. Chi ha una conoscenza storica dell’urbanistica e dell’architettura vi può smentire: soprattutto dall’Ottocento, infatti, come racconta l’architetta e docente del Politecnico di Milano Elena Granata nel suo libro-manifesto La città è di tutti (Einaudi, 2026), la natura in città comincia a farsi diritto cittadino, la nascita del movimento cooperativo introduce l’idea che i servizi urbani siano diritti collettivi, il concetto di pubblico diventa un valore morale con il quale educare, la questione del benessere e dell’igiene diventa centrale, e l’urbanistica nasce (espressione stupenda) «per cercare la giustizia nello spazio» (E. Granata, La città è di tutti, Einaudi 2026, pp. XI-XII). Le città sono sempre plasmate dalla storia e dalla cultura dei suo abitanti, in una dimensione che l’antropologo Franco La Cecla definisce «agentiva»: «nel con-vivere, con-crescere, co-evolverci o co-decadere con un luogo noi diventiamo quel luogo stesso. Finiamo per somigliargli e per farlo somigliare a noi» (F. La Cecla, Mente locale, eleuthera 2021, p. 17); gli spazi che ci circondano, nel loro essere materiale quanto immateriale, addirittura «fanno parte delle nostre biografie, al pari della famiglia, degli amici, delle persone intorno a noi» (F. La Cecla, op.cit., p. 204).
Seguendo il ragionamento di La Cecla, quindi, sentite che la vostra città racconti ancora la vostra biografia? La vostra storia e i vostri ricordi, ma soprattutto il vostro presente e il vostro futuro? Spesso, purtroppo, non è così. Come scrive ancora Granata, serve (e in molte città, in forme diverse, è già in corso) «una rigenerazione profonda che investe non solo la forma fisica dello spazio, ma il suo senso, la sua identità e la sua capacità di rispondere ai mutamenti delle forme di vita contemporanee» (E. Granata, op.cit., p. 219). Questo perché negli ultimi trent’anni il patrimonio pubblico è stato svenduto per dare ossigeno alle casse comunali, e si è fatto il possibile per allontanare «in ordine di fastidio […] i poveri, gli stranieri, i bambini, gli studenti, le famiglie» in una «strana e molto selettiva idea di universalismo» (E. Granata, op.cit., p. XVII) che in verità va a vantaggio dei pochi, quelli che possono pagare per i servizi, per la vista, per lo spazio, per la sicurezza, per la quiete, per la socialità (controllata). Per Granata, ma anche per La Cecla, «lo spazio ci dice se apparteniamo a una comunità […], se possiamo far sentire la nostra voce o se dobbiamo soltanto obbedire» (E. Granata, op.cit., p. 14).
Un’espressione forte, questa, che però dovrebbe aiutarci a mettere in discussione dove vogliamo tracciare la linea oltre la quale non accettiamo che i nostri diritti siano calpestati (e venduti). Certo, se le città sono diventate così (alienanti, omologate, privatizzate, ostili a determinate categorie di persone) è perché la stessa forma sociale ha preso quella direzione. Ma è davvero lì che vogliamo continuare ad andare? Forse è ora di riconoscere la necessità di strategie complesse per ottenere risultati complessi: l’architettura e l’urbanistica devono lavorare al fianco della biologia, dell’antropologia, della sociologia, dell’economia, e a tutte queste deve dare ascolto, con coraggio, la politica. Occorre riconoscere che per una vita più felice, più salutare, più sociale, più sicura dobbiamo intervenire sullo spazio di tutti e lavorare insieme affinché resti di tutti e tutte, un ecosistema che abbraccia tutti i viventi, e non solo. E che continui a raccontare una storia veramente universale. Se è vero, come ormai sostengono numerosi studi e ricerche, che la forbice economica del mondo si fa sempre più ampia tra chi ha tutto e chi ha niente, anche stare mediamente bene significa avere sempre meno e scomparire nel nulla: vogliamo davvero non avere più voce, non avere più spazio?