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L’opinione pubblica nell’epoca digitale: il caso Twitter/X

Se si osserva il panorama comunicativo contemporaneo, dominato dalla frenesia dei feed e dalla logica binaria del “mi piace/non mi piace”, sorge spontanea una domanda radicale: che ruolo ha oggi l’opinione pubblica? Ha ancora senso parlarne
L’interrogativo assume ancora più rilevanza proprio alla luce degli ultimi sviluppi di una delle piattaforme più discusse: X (il vecchio Twitter). Con l’ultimo aggiornamento, infatti, è apparsa una nuova sezione nel profilo degli utenti che geolocalizza la posizione da cui l’utente si collega. Questa funzione, apparentemente banale, ha provocato un neanche troppo piccolo terremoto mediatico perché ha messo in luce una problematica ben nota ma sempre sottovalutata, ovvero quella dei bot e degli account fake che generano interazioni e polarizzano le discussioni con commenti creati ad hoc. Nella mente dei responsabili di X, questa feature serviva proprio a combattere il fenomeno dei bot farm, ovvero la creazione coordinata e strategica di account fittizi creati con lo scopo di influenzare temi di rilevanza pubblica.

Appare evidente, dunque, come in questo contesto di frammentazione digitale della sfera pubblica, il concetto stesso di opinione pubblica comunemente inteso sia in crisi. Siamo forse di fronte a un simulacro, un fantasma storico che sopravvive solo nel lessico della politica ma che ha perso la sua sostanza ontologica?
Per tentare una risposta che non scivoli nel mero apocalittismo tecnologico, è necessario tornare alle radici del concetto di opinione pubblica, affidandosi alla lente teorica di Jürgen Habermas. È nel confronto tra l’ideale della sfera pubblica borghese e la realtà delle odierne echo chambers che si gioca la comprensione del nostro tempo.

Secondo il filosofo di Dusseldorf, la sfera pubblica borghese nasce dall’unione dei privati cittadini che si riuniscono come istanza collettiva di fronte al Potere per regolamentare la vita pubblica. L’opinione pubblica diventa quindi il medium tra il Potere e le esigenze della società. Tuttavia, analizzando i social network, si assiste a un fenomeno inquietante che potrebbe essere definito come una “rifeudalizzazione”1 della sfera pubblica. Seguendo le dinamiche dei social, vengono infatti a mancare quelli che secondo Habermas erano i principi su cui nel ’700 si era creata l’opinione pubblica borghese: razionalità, consapevolezza e indipendenza rispetto al potere.
Quello a cui sembra si stia assistendo, invece, è un ritorno alla sfera pubblica rappresentativa: «il dispiegarsi del carattere pubblico rappresentativo è legato agli attributi personali: alle insegne, allo habitus, al gestus e alla retorica» (J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Roma-bari, 2005, p.18). Questa descrizione, che Habermas riservava all’epoca pre-moderna e cortigiana, appare oggi profeticamente attuale. Nell’era dei social network, infatti, la visibilità non è guadagnata attraverso la razionalità discorsiva, ma attraverso la messa in scena del sé. Il politico che agisce come influencer non convince tramite il ragionamento, ma regna tramite l’immagine, lo stile di vita, il gestus. La sfera pubblica digitale non è un’agora di dibattito, ma un palcoscenico di rappresentazione, dove il pubblico non è critico, ma spettatore acclamante (o denigrante). In questo contesto, attraverso account creati e gestiti a regola d’arte, la polarizzazione viene così coordinata: quello che sembra un dibattito tra pari è in realtà un’imposizione dall’alto. Ecco che l’opinione pubblica cede il passo all’opinione pubblicizzata: un aggregato statistico di like e condivisioni che simula il consenso ma nasconde l’assenza di dialogo.

La “colonizzazione del mondo della vita” di cui parla Habermas nella Teoria dell’agire comunicativo (il Mulino 2022) ha assunto una forma algoritmica e digitalizzata che rende ancor più difficile uscire da quelle isole comunicative impermeabili che sono le echo chamber. Nonostante all’apparenza ci troviamo di fronte alla massima realizzazione di quella «circolazione delle merci e delle notizie» (ivi, p.26) che sta alla base della creazione della sfera pubblica borghese, in realtà le dinamiche di comunicazione dei social network sembrano portare a un ritorno della sfera pubblica rappresentativa. Ma non per questo bisogna rinunciare a un concetto più alto di opinione pubblica. La sfida odierna consiste nel ricreare, all’interno del contesto digitale, spazi di decelerazione in cui sia possibile riattivare l’agire comunicativo. L’opinione pubblica, quindi, deve trasformarsi in un atto di resistenza critica alle logiche di pancia dell’engagement e della mercificazione delle idee. Un dibattito sano si basa sulla possibilità di sapere chi sta partecipando, quali interessi mette in gioco, quale relazione ha con ciò che dice. Proprio l’agire comunicativo inteso come azione orientata all’intesa secondo la logica del miglior argomento può essere la chiave per un’opinione pubblica concreta anche in epoca digitale.

 

NOTE
1. Per un’indagine recente in merito al tema della rifeudalizzazione cfr. M. De Carolis, Rifeudalizzazione, Feltrinelli, Milano 2025 (ndr).
[Nathan Dumlao via unsplash.com]

Chiarabini Alessandro

Alessandro Chiarabini

Romantico, ironico, versatile

Nato a Rimini nel 1996, dopo il liceo mi sono trasferito a Venezia per seguire la mia passione verso la filosofia. A Ca’ Foscari ho conseguito la triennale in Filosofia prima di virare verso l’ambito semiotico e comunicativo, con una laurea magistrale a Siena in Teorie e Tecniche della comunicazione. Dopo una breve esperienza a […]

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